Protocollo CNI CNOP

Protocollo CNI CNOP

Venerdì 20 maggio si è tenuto il primo Convegno nazionale per la presentazione del Protocollo di intesa tra il Consiglio Nazionale Ingegneri e il Consiglio Nazionale Ordine Psicologi.

Un Protocollo che sancisce la reciproco collaborazione sui temi della sicurezza.  sul lavoro e non solo.

Appare sempre più evidente che si tratta di un risultato che nasce dall’intreccio tra componenti tecniche, organizzative e comportamentali.

Contenuti del Convegno

 Dopo i saluti dei Presidenti Armando Zambrano (CNI), David Lazzari (CNOP) e di Fabrizio Curcio, il convegno si è articola in tre sessioni di lavoro:

  • La multifattorialità del rischio tra ingegneri e psicologi. Interventi di Antonio Zuliani e Gianluca Giagni.
  • La gestione aziendale e l’organizzazione delle risorse umane. Benessere aziendale e gestione dello stress. Interventi di Rocco Luigi Sassone e Pietro Bussotti.
  • Gli scenari emergenziali tra operatività e psicologia dell’emergenza. Interanti di Felice Monaco e di Mara Eleuteri.

La scelta di prevedere, per ogni tema, gli interventi dei rappresentai delle due categorie professionali segna il fulcro e l’importanza della collaborazione paritetica.

 Un Protocollo di ampio respiro

 Si tratta solamente dell’avvio di un lavoro di ampio respiro che aderirà a interessare e coinvolgere gruppi di lavoro misti nei vari territori nazionali.

I temi di lavoro saranno indicati dall’apposto Comitato di Coordinamento, ma potranno nascere anche da esigenze specifiche del territorio.

 Comitato di coordinamento

 Proprio a tale scopo i rispettivi Consigli Nazionali hanno nominato un Comitato di Coordinamento per l’attuazione del Protocollo composto da Pietro Bussotti, Gaetano Fede, Mara Donatella Fiaschi, Felice Monaco e Antonio Zuliani.

Progettare il post smart working

Progettare il post smart working

Una delle conseguenze della prossima fine dello Stato di Emergenza riguarda la possibilità di prendere delle decisioni relative all’organizzazione del lavoro. Ci riferiamo a un aspetto che ha caratterizzato questi ultimi mesi: lo smart working.

Un modo di operare che ha avuto effetti positivi su molti piani. Ha certamente contribuito alla lotta al virus. Ha permesso a molte famiglie di trovare un equilibrio tra questo modo di lavorare e la gestione della Didattica a Distanza dei figli. Questo spiega il vasto gradimento che tante indagini stanno evidenziando a favore del mantenimento dello smart working anche per il futuro. Agli interrogativi già posti in un post precedente, desideriamo porre l’attenzione sull’eventuale ritorno in presenza dallo smart working. Nello specifico desideriamo soffermarci sul tema della ricomposizione dei gruppi di lavoro. Tema che occorre affrontare per rendere questo ulteriore passaggio utile per l’essenziale benessere del personale.

Chi rientra

La decisione relativa a quali collaboratori sono chiamati a rientrare nel luogo di lavoro deve essere la più condivisa possibile. Questo per evitare conflitti interni o dare l’impressione di creare disparità. Vi saranno, infatti, collaboratori che attendono positivamente questa decisione e altri che preferiscono continuare a lavorare da casa.

Come si rientra

Il lavorare a distanza ha, di fatto, minato la compattezza dei gruppi di lavoro. Una compattezza che non avviene solo perché i collaboratori si ritrovano all’interno di uno stesso ambiente. Lavorando da casa sono venuti a mancare tanti piccoli segnali e rituali che caratterizzano il funzionamento del gruppo stesso. Piccoli strumenti però di grande importanza: dalla pausa caffè, ai momenti di incontro informali. Si tratta di momenti che segnalano non solo il legame all’interno del gruppo, ma che aiutano a risolvere anche tante piccole difficoltà e incomprensioni tra le persone.

Incomprensioni che la formula del lavoro a distanza può aver accresciuto. Le video conferenze non permettono quelle essenziali fasi di rapporto informarle che precedono e seguono ogni riunione in presenza. Per non dimenticare come le comunicazioni via mail, pur scritte con le migliori intenzioni, possano risultare spesso di difficile comprensione e di facile fraintendimento. In questo contesto ci riferiamo al fatto che parole o frasi, poco significative per chi le scrive, possono creare reazioni negative in chi legge. Il tutto con una scarsa possibilità di comprensione più chiara. Sappiamo tutti come una frase acquisti il suo significato non solo per le parole che contiene, ma anche per il modo con il quale sono pronunciate.

Alcune attenzioni

Se, come riteniamo, l’equilibrio e il benessere del gruppo di lavoro è un valore per l’azienda, i due aspetti sopra segnalati vanni affrontati.

In primo luogo con un’opera di chiarezza e condivisione relativa alla scelta di chi rientra e chi rimane in smart working. Programmando modalità e anche riti di rientro che siano finalizzati a favorire, con il tempo necessario, la ricucitura delle relazioni tra i collaboratori.

Si tratta di progetti da focalizzare azienda per azienda, ma che nella nostra esperienza possono e devono essere messi in programma per un equilibrato futuro dell’azienda stessa.

Oltre lo Smart Working

Oltre lo Smart Working

Nel febbraio di due anni fa il Covid19 ha fatto la sua comparsa anche in Italia, dopo essere stato segnalato il 31 dicembre 2019 a Wuhan. Il suo espandersi è stato veloce e vorticoso tanto che l’8 marzo è stato decretato il primo lockdown nazionale.

A ognuno è stato chiesto di modificare, anche radicalmente, le proprie abitudini quotidiane. Indubbiamente vi sono stati errori nelle scelte e nelle relative comunicazioni. Cose già viste e in parte inevitabili di fronte una situazione che assomigliava più a una crisi che a un’emergenza. L’emergenza chiede risposte immediate, ma comunque da attivarsi all’interno di una gamma di strategie note e codificate. Mentre la crisi richiede la stessa celerità nelle risposte senza però avere soluzioni già note da applicare. E la pandemia ha avuto la caratteristica di una crisi.

Le prime reazioni

 Come spesso accade di fronte a situazioni critiche le persone coinvolte mettono in campo il meglio nell’idea che “assieme se ne uscirà”. Aspetto che bene abbiamo visto negli slogan, nel cantare dai balconi e nell’accettare le indicazioni governative. Si tratta di aspetti che si sono affievoliti con quella che è stata chiamata “seconda ondata”. Questo perché il riemergere della pandemia ha smentito le attese verso una facile e veloce soluzione del problema.

Il modello Smart Working

 Il mondo del lavoro ha affrontato la pandemia mettendo il campo velocemente il modello di lavoro a domicilio, che nel nostro paese ha assunto il neologismo di Smart Working.

Una modalità di lavoro che ha trovato una grande disponibilità e assenso da parte dei lavoratori. Una soluzione che aveva molti aspetti positivi: la protezione dal virus, la possibilità di gestire i figli alle prese con la didattica e distanza, la riduzione dei tempi di viaggio. Non a caso ogni indagine realizzata nei mesi scorsi ha visto adesioni positive verso lo Smart Working.

Un progetto per il futuro

 La preventivata fine della pandemia pone delle domande nuove, quali: il quadro di adesioni allo Smart Working rimarrà uguale? O compariranno disagi che andranno ben al di là degli aspetti normativi e regolamentali del lavoro a domicilio?

Se abbiamo fronteggiato la pandemia mettendo in campo soluzioni inventandole via via che apparivano più idonee, ciò non può accadere nell’affrontarne a fine. Qui abbiamo conoscenze utili a non essere sorpresi e per trovare strategie utili per un’efficace gestione del nuovo rapporto con il lavoro che l’esperienza dello Smart Working ci ha permesso di sperimentare.

Da parte nostra desideriamo aprire un luogo di dibattito proprio sul tema dello Smart Working attraverso post nel sito, la rivista PdE e interventi sui media. Attendiamo i vostri contributi.

Il non verbale che conta

Il non verbale che conta

La fiducia si basa sulla coerenza tra quello che si dice e il non verbale. In particolare la mimica del volto comunica molte cose.

A riguardo due esempi: uno tratto dall’attualità e uno dalla letteratura scientifica nei quali emerge come la percezione dell’altro non si basa solo sulle parole che pronuncia.

Ne parlo in un articolo apparso su “Tag43”. Per leggerlo clicca qui

Capire un incidente

Capire un incidente

Di fronte a un incidente occorre comprenderne le cause. Facile a dirsi e difficile a farsi anche perché spesso il nostro cervello non ci aiuta. Abbiamo spesso parlato di come il nostro cervello ricerchi relazioni certe e note tra i fatti che incontra. Questa ricerca ha un grande effetto rassicurante (so cosa aspettarmi), e comporta un grande risparmio di energia mentale (pensare costa fatica). D’altra parte proprio il manifestarsi di un incidente spesso sottende a cause del tutto nuove.

Individuare una correlazione spesso funziona, come la constatazione che mettere un piede davanti a un altro permette di camminare. Vi sono, però, delle circostanze nelle quali questa ricerca ci porta a errori significativi.

Se accade A, succede B

Vediamo un esempio di questa tipologia di errore. Per un incontro importante (un esame, un lavoro, ecc.) mi sono casualmente messo in tasca un fazzoletto rosso (fatto A). L’incontro è andato bene (fatto B).

Risulta evidente che non è stato il fatto di avere in tasca un fazzoletto rosso che ha determinato la positività dell’incontro.

Ma sarò spinto a mettermi sempre in tasca un fazzoletto rosso prima di ogni incontro importante per fare in modo che anche tutti gli altri vadano bene.

Poca cosa in questo caso, ma si tratta di un errore cognitivo che può risultare molto pericoloso in altre circostanze.

 Correlazioni vere, conclusioni forzate.

 Questa tipologia di errore la commettiamo quando, a fronte di una correlazione vera, arriviamo a delle conclusioni per lo meno troppo semplici e forzate. Ma anche queste rassicuranti.

Un esempio: mi accadono troppi incidenti, tanto che la mattina sono molto preoccupato di quello che mi succederà in giornata. La preoccupazione mi sembra un dato decisivo per cui la soluzione è quella di smettere di pensarci.

 Il ruolo della superstizione.

 Questa continua ricerca di correlazioni porta anche al pensiero di matrice superstiziosa. Tipico è quanto si attribuisce una sorta di pericolosità al numero 13. Tanto che in molti alberghi o grandi edifici non esiste il piano numero 13. L’aspetto buffo di questa superstizione è il fatto che il 13° piano continuerà a esserci.

 Dagli esempi riportati sembra si tratti di un meccanismo mentale alla fin fine molto innocuo. Non è proprio così: si tratta del medesimo ragionamento che possiamo essere spinti a compiere quando non esaminiamo tutte le concause di un incidente. Soffermandoci solo su quelle che appaino più dirette: appunto, che appaiono!