5 W

5 W

La regola delle 5 W è considerata la regola principale dello stile giornalistico anglosassone, ma può, insegnarci molto anche nelle relazioni quotidiane.

Le 5 W

Le cinque W indicano che per redigere una notizia è fondamentale che ogni articolo, fin dal suo inizio rispetti, le seguenti regole:

  • Who? [«Chi?»]
  • What? [«Che cosa?»]
  • When? [«Quando?»]
  • Where? [«Dove?»]
  • Why? [«Perché?»]

Le 5 W nelle relazioni

Noi che ci occupiamo molto di quanto il pregiudizio arrivi a determinare e a condizionare il giudizio che diamo dei comportamenti delle altre persone (vedi i link degli altri contributi in merito: pregiudiziopregiudizio e ascolto) pensiamo che questa regola giornalistica possa avare un suo senso anche in tante altre circostanze.

Un po’ come nel giornalismo costruiamo delle vere e proprie narrazioni circa i comportamenti degli altri. Una ricostruzione artificiale che ci permette di mettere ordine nella nostra visione del mondo.

Ma troppo poco ci chiediamo, ad esempio, se il protagonista avesse avuto veramente l’opportunità di comportarsi diversamente.

5 W contro il pericolo del moralismo

Certamente possiamo pensare, perfino auspicare, che tutte le persone che ci circondano, o almeno in quelle che riconosciamo come parte del nostro mondo, si comportino seguendo le regole morali. Che poi, non a caso, seguano le nostre stesse regole morali.

Ma non è così e giudicarli diversi da noi non ci aiuta a gettare un ponte di ascolto e comprensione.

Questo non vuole essere l’auspicio di una totale giustificazione di ogni comportamento, ma quello della comprensione, del “perché” che uno dei primi passi offerti affinché l’altro possa avere la possibilità di cambiare, se i suoi comportamenti ci hanno disturbato o offeso

Bene e male

Bene e male

A volte è difficile esser consapevoli della differenza tra #bene e #male.consapevoli. Questo anche perché esiste una forza interiore, inconscia e che non controlliamo. Questo toglie ogni certezza in questa direzione.

Cinque opere letterarie sono illuminanti.

Amleto

Lo spettro del padre lo informa di essere stato ucciso dallo zio che poi ha sposato sua madre. Non appare chiaro fino a che punto Amleto sia consapevole dell’esistenza di questo omicidio. Certamente, come canta Vasco Rossi, é alla ricerca di un senso alla sua vita dopo questa notizia. Ma Amleto un senso non lo troverà. Non lo troverà perché la strategia che utilizzerà per fare in modo di dare un significato al sogno è quello di affidarsi a una compagnia di saltimbanchi per rappresentalo. Dalla reazione dello zio Laerte e della madre Clitennestra lui ritiene di leggere la verità della cosa: passa, così, dal sogno a un piano di realtà. Che poi sfocerà nel dramma finale, senza permettergli di pensare di non avere un futuro.

 Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde

“Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde” di Stevenson. Il tema centrale è quello del “doppio” e del rapporto tra bene e male in cui l’esistenza di questa ambivalenza assume l’evidenza che in Amleto troviamo solo tra le righe.

Il dottor Jekyll pensa, attraverso una pozione di sua invenzione, di poter gestire e liberare la parte migliore di Sè e di allontanare la peggiore. Quale straordinario progresso per l’umanità mettere sotto controllo le istanze negative. L’esperimento fallirà fino a trasformarlo, anche fisicamente in un bruto, dedico alla violenza, fino all’assassinio. Jekyll scoprirà con orrore di non riuscire a controllare la parte peggiore di Sè e si ucciderà. La parte più interessante del racconto é che Jekyll scoprirà lentamente questa realtà in una sorta di diario postumo. Senza un attento e faticoso lavoro di incontro, conoscenza e elaborazione della nostra storia siamo destinati a fallire, senza l’illusione di controllarle con la forza del sapere cognitivo ciò che facciamo.

Il processo 

Josef K. viene arrestato. Non se ne conosce il motivo, né la procedura che seguirà il processo. Si tratta di un grande viaggio onirico popolato, come i nostri sogni quotidiani, di personaggi surreali. Un sogno che si concluderà tragicamente: K che sarà prelevato da due uomini per essere portato in una cava dove verrà giustiziato. Quello che accade a K, i personaggi che affollano la vicenda, appartengono a quel mondo nel quale non esiste separazione tra bene e male, tra vita e morte, tra colpa e innocenza. Kafka ci ricorda che dobbiamo accettare di non riuscire a dare senso e a controllare tutti gli aspetti della nostra vita.

Il ritratto di Dorian Grey

Ne “Il ritratto di Dorian Gray” di Oscar Wilde, Basil, l’autore del ritratto che fisserà per sempre l’eterna giovinezza del protagonista, gli fà una predica, nel tentativo di riportarlo sulla retta via., Ma Dorian lo uccide senza provare rimorsi. Qui appare la negazione della differenza tra bene e male. Una sorta di diniego distruttivo pur di non accettare la sfida del cambiamento.

Dracula

La negazione del male la troviamo qui nella modificazione dell’identità e financo delle competenze professionali. Il medico-stregone olandese riduce la sua scienza a pratiche magiche: lungi dal curare una malattia, si assume il compito di combattere la presenza di esseri soprannaturali di origine demoniaca. Da medico si trasforma in esorcista ridotto a pestar paletti nel cuore dei cadaveri, a far circoli di ostie consacrate e a seminare crocefissi e puzzolentissimi fiori d’aglio. Tutto perché è più facile immaginare che il male abbia la sua residenza in Transilvania, piuttosto che in ognuno di noi. Come se non ci fosse noi una distinzione tra bene e male.

 

Perdono

Perdono

Può accadere di vivere un tradimento, da un amico o da un grande amore. Di fronte a questa esperienza si può perdonare, come e a quali condizioni? Un tradimento non è certo un’esperienza piacevole, qualsiasi livello con il quale si presenta. Ciò nonostante, chi tradisce può sentirsi spinto a confessare l’errore e a chiedere scusa. Come e in che modo queste scuse possono sanare il torto subito?

Perdono e vicinanza

Risk ha visto che i tentativi di riconciliazione sono più frequenti quando le persone sentono la propria vittima particolarmente vicina. Il provare vergogna, al contrario non sembra affatto legata alla possibilità che gli offendenti si scusino. Infatti, la vergogna non sembra utile né auspicabile, perché spesso si accompagna a depressione e ostilità. Si può dire che la molla che spinge a chiedere perdono va nella prospettiva di aggiustare, oltre al torto, anche gli stessi sentimenti tra le persone coinvolte.

L’indulgenza verso chi ha tradito sembra avere un senso in chiave evolutiva, altrimenti l’uomo non l’avrebbe sviluppata: l’atto di perdonare fà in modo che l’altro, il futuro, si comporterà in modo diverso.

Le componenti del perdono

Certamente l’atto di perdonare ha una componente cognitiva e una emotiva, anzi possiamo dire che quella emotiva sta alla base del perdono stesso. Ecco perché persone molto vicine tra loro, con un rapporto soddisfacente, nel quale hanno investito, molto sono facilitate per arrivare al perdono: base fondamentale di un rapporto solido e affidabile.

Non desideriamo qui entrare in merito di quali sono, in termini di valori sociali, gli atti verso i quali si può più facilmente attivare un perdono. Come, d’altra parte, sarebbe complesso approfondire l’aspetto, comunque interessante, relativo al fatto di come i tratti di personalità di chi perdona siano importanti in questa direzione.

Incoraggiare il perdono

Per attivare e completare l’atto del perdono ci vuole tempo ed è importante favorire la comprensione di come mantenere viva la rabbia e l’amarezza, pur legittimamente provate, sia un percorso denso di sofferenza anche per chi ne è vittima.

Incoraggiare il perdono è un atto prosociale importante.

Clima e guerre

Clima e guerre

In questi anni stiamo assistendo a una dicotomia storica. Da un lato è aumentata l’attenzione per i cambiamenti climatici, per la distribuzione delle risorse e per la stessa politica del riutilizzo e del riciclo in una logica di corresponsabilità per i destini di tutti. D’altro lato assistiamo a un aumento di conflitti e guerre, spesso proprio a causa della limitatezza delle risorse disponibili.

Due domande

C’è una relazione tra le due cose? Perché non riusciamo a far leva su quel profondo altruismo che pure appartiene all’esperienza umana?

Una ricerca

Su questi temi risulta illuminante una ricerca condotta dalle università dello Utah e della California.

Nel farlo i ricercatori hanno esaminato i traumi letali di 149 persone vissute nelle Ande centrali, prima dell’invasione spagnola, nell’arco di 700 turbolenti anni: tra il 750 e il 1450.

Anni caratterizzati da siccità pluriennali e precipitazioni imprevedibili. Il tutto connesso a feroci guerre tribali.

Una prima connessione

La connessione più evidente tra le condizioni climatiche avverse e le guerre consiste nella ricerca, da parte delle popolazioni che vivevano in condizioni negative, di territori più favorevoli a scapito di altre tribù: di qui conflitti e guerre. Nulla di inaspettato.

Una seconda connessione

I ricercatori hanno, però, mostrato una seconda connessione tra condizioni climatiche e guerre. Man mano che una popolazione migliorava le proprie condizioni si assisteva anche a un impulso demografico. Questo faceva in modo di rendere insufficienti le risorse stesse. Di qui la scelta di cercare di impossessarsi di quelle degli altri e, di conseguenza, dei loro territori.

I conflitti nascono quindi dalla carenza di risorse, come dalla loro ricchezza.

Ambivalenza umana

Come già affermava Darwin, l’uomo è estremamente ambivalente e ambiguo. Sappiamo essere solidali, altruisti e, al contempo, attenti al piccolo legato all’appartenenza a un gruppo o a una tribù.

Una via

Proprio perché la guerra non è nel nostro DNA, rimane l’arma della cultura: fatta non tanto di affermazioni teoriche, quanto piuttosto di esperienze nelle quali la condivisione positiva delle risorse viene vissuta come vincente.

Una sorta di terza via che rompe il rapporto conflittuale e la dicotomia tra risorse e guerre. Una via da percorrere assieme.

 

Carico mentale

Carico mentale

Sembra facile fare più cose contemporaneamente: sembrano farlo tutti!

Ma il nostro cervello è incapace di pensare a tante cose contemporaneamente. Tanto più perché non gli diamo il tempo di gestirle.

Carico mentale

L’affaticamento che il nostro cervello fa per gestire tante cose contemporaneamente lo chiamiamo “carico mentale”. Questo carico lo avvertiamo attraverso un senso di malessere che proviene soprattutto dalla difficoltà a coordinare compiti che, presi uno per uno, non sono necessariamente complicati. Si tratta di sforzi destinati al fallimento, perché il cervello si satura. Ciò non ci impedisce di provarci, come se ci costasse troppo ammettere questa impossibilità cognitiva e mentale.

Il punto in comune fra i due principali tipi di sovraccarico mentale, quello acuto e quello cronico, consiste nell’accumulo di compiti. Compiti che, presi uno per uno, magari non sono così complicati. La differenza sta nel tempo: se nel primo caso si accumulano tutti nella stessa finestra temporale, nel secondo questo non succede.

 

Alcuni suggerimenti

Vediamo alcuni suggerimenti.

Da un compito a un altro 

Dal momento che non siamo in grado di svolgere più di un compito per volta, è meglio concentrarci sul compito del momento. Questo è possibile pur avendo costantemente presenti tutte le altre attività che stiamo cercando di svolgere, ma solo se aiutati da delle liste pre-preparate.

Nessun braccio di ferro 

Quando si mettono in competizione due compiti si rischia un braccio di ferro e un conflitto cognitivo che accresce la fatica mentale.

Evitare il conflitto

Nel senso di non sovraccaricare di troppa importanza un aspetto, rischiando una fatica eccessiva che poi arriva a far dimenticare altri impegni con conseguenti sensi di inadeguatezza: “mi sono dimenticato!”.

In questo senso ha importanza “mantenere la rotta” tra le cose più importanti e quello che lo sono meno.

Utilizzare una “to do list”

La famosa to do list, la lista delle cose da fare, ha senso soltanto se ogni compito è semplice o accompagnato dalla procedura per portarlo a termine.

Ad esempio, il compito «occuparsi dell’auto» potrebbe diventare: «prendere appuntamento con l’elettrauto per cambiare la batteria».

Automatizzare

Automatizzare i compiti che possono sembrare complicati è una delle chiavi per ridurre il carico cognitivo. Si tratta dei cosiddetti «trucchi del mestiere» che derivano dall’esperienza.

 

Altri suggerimenti e le spiegazioni scientifiche sono presenti nel documento completo che potrà ricevere e scaricare gratuitamente compilando il modulo sottostante.

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