Cervello e memoria

Cervello e memoria

Cervello e memoria.

Dopo aver affrontato i rapporti e le differenze tra cervello e mente, torniamo parlare di memoria e dei suoi rapporti con il cervello. La memoria è importante perché raccoglie informazioni e le mette a disposizione del cervello.

Informazioni che hanno a che fare con le nostre esperienze e con le ipotesi che traiamo da quello che percepiamo accadere attorno a noi.

Ecco allora che la memoria influenza il cervello nell’elaborare le informazioni circa tutto quello che ci circonda all’interno di un processo di crescita esponenziale.

Memoria come processo continuo

Si tratta di un processo continuo per cui noi continuiamo ad apprendere dalla nostra stessa memoria.

La memoria degli eventi è essenziale. Pensiamo alla stessa sicurezza sul lavoro: se non facciamo in modo di ricordare un incidente e le sue dinamiche, lo stesso più facilmente si ripeterà. Si tratta di una memoria sia collettiva, sia individuale.

Favorirne il ricordo è essenziale, per cui, ad esempio, è fondamentale che prima di un turno di lavoro il preposto riunisca i colleghi per ricordare assieme le procedure di lavoro, le soluzioni possibili rispetto a ciò che può accadere, in  specie se si tratta di novità.

Dal sovraccarico delle informazioni a un nuovo design del mondo

Questo senza inquietare o sovraccaricare le informazioni. Perché le informazioni rischiano, se troppe, di essere cancellate. Tanto più oggi, visto che in questi ultimi anni abbiamo sovraccaricato la memoria di informazioni che poi rischiano di confondersi e di sovrapporsi.

Ecco perché, anche per gli orientamenti spaziali, essenziali per muoverci negli spazi o per evacuare una zona, abbiamo richiamato l’esigenza di sostenere la costruzione dell’essenziale mappa mentale che sta alla base del nostro padroneggiare lo spazio.

Quello che proiettiamo nei ricordi è molto limitato e la possibilità di trovare nuove soluzioni è molto bassa a meno di favorire una ricerca interdisciplinare di una sorta di design del mondo sempre più a nostra misura. Un design concettuale che è al centro di quello che noi chiamiamo essere protagonisti del cambiamento.

Le reazioni dopo un evento disastroso

Le reazioni dopo un evento disastroso

In un post precedente ci siamo soffermati a riflettere su chi siano le vittime di un’emergenza, perché per tutti va pensato un debito supporto.

Ora vediamo quali sono le reazioni attese dopo che l’evento è accaduto.

Paura che l’evento si ripeta.

La “paura” è una normale risposta adattiva che può salvare la vita. Può spingere ad esprimere le proprie sensazioni, a chiedere di essere aiutati, a reagire per riacquisire il senso di controllo sulla propria vita.

La paura può cristallizzarsi ad ogni possibile segno premonitore del ripetersi dell’evento negativo, come ci insegna l’esperienza della pioggia in Emilia.

Questa paura non va trascurata, ma compresa; è meglio attrezzarsi ad affrontarla già nella pianificazione del soccorso.

Ad esempio, può essere utile che le persone partecipino all’opera di verifica dell’agibilità delle abitazioni, ma anche degli edifici pubblici. Questo coinvolgimento può aiutare i genitori a rimandare i figli a scuola, nella misura in cui partecipando alla “verifica” vivono una sorta di rito di riposizionamento dell’edificio in un’area cognitiva ed affettiva di sicurezza a cui riaffidare i propri figli.

Rabbia

La rabbia molto intensa è una seconda reazione. Rivolta in modo particolare verso i veri o presunti responsabili.

La persona utilizza la propria rabbia per difendersi dall’immensa tristezza e dalla disperazione. Come se la richiesta di punizione dei presunti responsabili possa arrivare a cancellare l’evento stesso.

È importante non reprimere queste manifestazioni, ma anche non rispondere con frasi quali: “non puoi farci nulla, la tua rabbia è inutile”. Analogamente non è opportuno rispondere alla rabbia con la rabbia.

Senso di colpa

All’interno del processo di sviluppo personale la colpa rappresenta uno degli strumenti a disposizione della persona per aiutarla a capire se ciò che fa o pensa è giusto o sbagliato.

Senso di colpa che può interessare, appunto, i propri comportamenti, e rappresenta un segno di buona socializzazione e di adattamento alle norme morali ed etiche del gruppo di appartenenza, a patto che i movimenti che ne scaturiscono siano adattativi alla realtà: in altre parole spingano all’azione riparativa in maniera realistica.

Senso di colpa per essere sopravvissuti (detta colpa da sopravvivenza) è una particolare forma di colpa che si sviluppa quando un soggetto assiste alla morte di una persona amata, rimanendo illeso. Si tratta di una reazione psicologica e somatica caratterizzata da ansia, depressione per essere vivi mentre altri sono morti. Si accompagna spesso con il ritiro dalla vita sociale, la perdita di iniziativa, la presenza di disturbi del sonno con incubi.

Appare molto difficile riuscire ad attribuire la responsabilità dell’accaduto al caso (che spesso ha un ruolo predominante) perché questo contrasta con il bisogno delle persone di dare sempre un senso agli eventi.

Inibizione dei sentimenti

Se appare del tutto accettabile il fatto di incontrare una persona che si sta disperando di fronte ad un evento tragico, risulta più arduo comprendere le reazioni di estraneità, l’assenza di partecipazione e/o di manifestazione di dolore. A volte il soggetto non appare addolorato, sembra distaccato da quanto è avvenuto, altre volte manifesta un’attività esagerata, del tutto inidonea all’evento in atto. Si tratta del tentativo di inibire un dolore di fronte alla perdita subita, sentito come troppo forte e capace di procurare danni enormi.

Confusione e stordimento cognitivo

La persona può presentarsi immobile, inebetita, apatica e sostanzialmente indifferente a ciò che la circonda. Si tratta di una difesa atta a permetterle di non affrontare subito un’esperienza traumatica. È come se la persona avesse bisogno di un certo lasso di tempo per lasciare che la realtà penetri dentro di se, per poterla vedere.

Alla stessa stregua vanno considerate le alterazioni sensoriali che si possono manifestare durante la fase di impatto, come la visione a tunnel e l’esclusione auditiva, che mantengono l’attenzione solamente sulla fonte del pericolo rendendo difficile vedere la possibile via di fuga o anche sentire le indicazioni che provengono dai soccorritori.

Sconforto per la propria vulnerabilità

La vulnerabilità fa parte della vita, anzi ne è una scomoda comprimaria.

Quando viene messo in gioco il tema della vulnerabilità sociale o personale scattano reazioni non più legate alla semplice paura (che è un buon meccanismo di difesa contro il pericolo), ma all’angoscia. Questo è il sentimento paralizzante di chi si sente di fronte ad un pericolo “indeterminato”, che può essere dovunque e può colpire in qualsiasi momento.

Il tema delle vulnerabilità è sempre più evidente in questi ultimi anni e le persone hanno cominciato a guardare al futuro con un senso fino ad ora ignoto di intima angoscia.

Dolore per le perdite subite

Coloro che vivono una situazione d’emergenza si trovano spesso a compiere un grande sforzo per sopportare senza soccombere sentimenti devastanti legati al dolore per le perdite subite. Un percorso denso di insidie che, però, può trovare un esito liberatorio come nello splendido film “Tre colori: Blu” di Kieslowski.

Cervello e mente

Cervello e mente

Il rapporto tra cervello e mente ha delle conseguenze non solamente sui nostri comportamenti quotidiani, ma anche nel nostro rapportarci con la realtà.

Questo ha profonde implicazioni sul benessere personale e sul significato che diamo al nostro rapportarci con i luoghi di vita e su i suoi mutamenti.

Cervello e mente

La distinzione tra cervello e mente pesa significativamente su come viviamo la realtà.

Parlare di cervello è relativamente lineare. Sappiamo che si trova nella scatola cranica e che evolve nel corso della nostra vita sviluppandosi fino all’età di 18 anni. Per essere precisi fino a un giorno prima del compimento dei 19 anni.

Se tutto si risolvesse sul funzionamento del cervello ogni interfaccia con il mondo che ci circonda sarebbe sostanzialmente prevedibile.

Le azioni sarebbero ripetibili e meccaniche e le stesse indicazioni di comportamento semplici e linearmente riproducibili nei suoi esiti.

La mente

Poi entra in gioco la mente, che già non sappiamo dove sia. Tempo fa si pensava fosse nel fegato perché liscio e quindi capace di “riflessione” rispetto alle cose del mondo. Semplice e rassicurante ma del tutto inesatto.

Forse l’errore consiste nel cercarla come se fosse qualche cosa.

Oltre la sua incollocabilità, la mente può essere definita come un insieme di esperienze soggettive.

La mente, in sostanza, rende possibile, comprensibile e a volte condivisibile quello che il cervello attiva. La connessione, gli stimoli elettrici delle sinapsi divengono pensieri, emozioni e azioni attraverso la mente.

Proprio per questo la sua funzione più importante è quella di modulare i comportamenti in specie all’interno di una condivisione sociale.

A titolo di esempio, se suona il telefono in casa di un amico lo avvisiamo della cosa, ma senza una sua richiesta non viene in “mente” di alzare la cornetta e rispondere.

Il tema diviene quindi quello dei comportamenti condivisi che ci riporta al tema affrontato nell’ultimo video sulla responsabilità condivisaa che rende via via i comportamenti, proprio perché sperimentati come efficaci, patrimonio di tutti.

Sbagliando si impara

Sbagliando si impara

La paura di sbagliare di cui abbiamo già parlato, porta all’indecisione di fronte a qualsiasi scelta: per non sbagliare, continuiamo a rinviare.

L’errore è inevitabile

Se l’errore è inevitabile, l’atteggiamento che assumiamo di fronte ad esso è fondamentale. In questa direzione è fondamentale liberarsi dalla tendenza a ipergeneralizzare: a pensare che sbaglieremo “sempre”.

In questo senso è importante l’atteggiamento che assumono le altre persone, in specie durante la prima infanzia e la scuola. Piccole prese in giro e commenti spiacevoli sono decisivi. Messaggi che indicano che siamo un “fallimento”, che “siamo dei somari” ci forniscono la spiacevole impressione di esserlo veramente. 

Dobbiamo accattare l’idea che, al di là degli errori che il fatto stesso di agire porterà con sé, ci saranno anche dei successi.

L’ossessione della prestazione

Questo porta all’ossessione della prestazione, vissuta come condizione necessaria per essere apprezzati e accettati dalla società, senza tollerare la minima incertezza sul lavoro, né in qualsiasi altro ambito.

La sfida per i perfezionisti consiste nell’accattare e integrare una parte di errore nelle loro vite. Per farlo, devono capire che lo loro intolleranza all’errore si applica solo a loro stessi, ed è decisamente sproporzionata.

Errore e azione

Nella misura in cui l’errore è indissociabile dall’azione, ogni azione può portare all’orrore. Ecco allora che l’unico modo per non sbagliare è non fare nulla.

Il fatto di commettere un errore non comporta un verdetto definitivo sulle nostre capacità, sui nostri desideri. Agite, provate, progredite! Questo è il mantra da ripetere senza sosta.

Gli studi lo confermano: i rimpianti peggiori che ci portiamo dietro per tutta la vita non riguardano azioni dall’esito negativo, ma quelle non intraprese per paura di sbagliare.

Osservare l’imprecisione

Le imprecazioni fanno parte della vita. Osservare che gli altri commettono errori non è “magra consolazione, ma ci permettono di capire che tutti li commento e che il giudizio non è buoi così negativo neppure per i nostri errori.

Come possiamo imparare dagli errori

É necessario restituirci la possibilità di commette errori. Non concederci questo diritto significa aprire le porte alla fobia e all’ansia. Per trovare l’atteggiamento giusto è dunque consigliabile adottare una prospettiva di scoperta perché questa è la vera funzione dell’errore: quella di guidarvi sul cammino che porta alla conoscenza di noi stessi.

La conoscenza di no stessi procede in gran parte per prove ed errori. Gli errori possono essere difili da digerire, spesso invece é necessario é importante cambiare strada quando si finisce in un circolo cieco.

Secondo questa prospettiva, i nostri errori dovrebbero essere considerati non come porte che si chiudono, bensì come la possibilità di vedere strade che rimangono aperte e che dobbiamo tentare di approfondire. Naturalmente bisogna saper insistere e non cambiare strada al primo ostacolo.

La paura di sbagliare

La paura di sbagliare

Il nostro cervello impara dagli errori che ha commesso. Affermazione largamente nota e condivisa. Ciò nonostante, abbiamo paura degli errori: la paura di sbagliare ci attanaglia con conseguenze sia nella vita personale sia quella lavorativa, in modo particolare nel modo in cui affrontiamo il tema della sicurezza sul lavoro e le risposta alle situazioni critiche. In fondo pensiamo che la cosa non ci riguardi. In fondo è il cervello degli altri, caso mai, a commettere un errore.

Si tratta di un aspetto così centrale che abbiamo deciso di dedicarvi alcuni articoli che via via pubblicheremo.

Conseguenze dalla paura di sbagliare

La paura di sbagliare può divenire un’angoscia.  Spesso fonte di malessere, nervosismo e talvolta di fobie. La paura di sbagliare arriva a bloccare ogni azione, provoca situazioni di immobilità. Una immobilità che ci rende difficile correggere l’errore e ci toglie la possibilità di evolvere o creare qualcosa di nuovo. Se dall’errore si impara precludiamo al nostro cervello proprio questa possibilità.

In realtà accettare l’errore è il segno di un’evoluzione in corso, del desiderio tangibile di trovare una soluzione: di avere successo. Sbagliare equivale ad trovare le forza per reagire: la prima cosa da fare per evolvere è accettare questo dato di fatto.

Perché abbiamo paura di sbagliare

La paura di sbagliare è legata a un giudizio totalizzante su noi stessi, considerarsi una persona del tutto inutile e incapace per quello che psicologicamente definiamo «meccanismo di ipergeneralizzazione». Il meccanismo di ipergeneralizzazione è la tendenza a estrarre una regola universale partendo da un singolo evento. Le persone che ne soffrono vivono ogni errore come un segno della loro generale incapacità.

La sfida è riuscire a dire: «Ho commesso uno sbaglio», non «Ho sbagliato tutto».

Non solo una sfumatura

La differenza di atteggiamento che assumiamo è fondamentale perché nel primo caso siamo spini a giudicare ogni singola azione, mentre nel secondo l’oggetto della critica è la persona nel suo insieme.