Memoria

Memoria

La memoria risiede al centro della nostra identità, stabilendo una singola, continua percezione di noi stessi. Possiamo quindi dire che la memoria garantisce la continuità della nostra vita. Ci fornisce un quadro coerente del passato che colloca in prospettiva le esperienze in corso. Un quadro che può non essere razionale o accurato, ma che comunque permane. Senza la forza agglomerante della memoria, le esperienze sarebbero scisse in tanti frammenti quanti sono i momenti della vita.

Senza la possibilità di compiere viaggi mentali nel tempo, conferita dalla memoria, non avremmo consapevolezza della nostra storia personale. Questo ci impedirebbe anche di ricordare le gioie che fungono da nette pietre miliari della nostra esistenza.

La memoria non è una videoregistrazione

D’altra parte, questa stessa memoria non è certo un’accurata videoregistrazione di ogni singolo momento della vostra vita. Si tratta di un fragile stato cerebrale di un tempo passato che deve essere resuscitato perché ce ne possiamo ricordare. Certo dimentichiamo molte cose, ma il nemico del ricordo non è il tempo ma gli altri ricordi. Ogni nuovo avvenimento stabilisce nuove connessioni tra il numero finito dei neuroni. Il fatto sorprendente è che un ricordo sbiadito a noi non appare tale: noi crediamo, o perlomeno presupponiamo, che l’intero quadro sia ancora là. Il problema è che questa ricostruzione  può talvolta confinare con la mitologia. Quando passiamo in rassegna i ricordi della nostra vita, dovremmo farlo con la consapevolezza che non tutti i particolari sono accurati. Alcuni di essi provengono da storie su noi stessi che la gente ci ha raccontato; altri sono influenzati da quello che pensavamo avrebbe dovuto accadere.

Quindi nulla da stupirci se, anche a fronte di uno stesso evento, i testimoni lo ricordano in modo diverso. È come se ogni cervello stesse raccontando una storia leggermente diversa. Perché i loro cervelli, che sono diversi, hanno esperienze soggettive diverse.

 Viaggiare nel futuro per decidere

Oltre a ricordare il passato, la memoria ha la funzione di farci viaggiare anche nel futuro, grazie alle esperienza passate.

Bertoli si cantava come “un guerriero senza patria e senza spada/con un piede nel passato/ e lo sguardo diritto nel futuro”. Lewis Carol ha scritto “è una memoria ben misera quella che ricorda solo quello che è già avvenuto”.

Quindi, quando siamo alle prese con una decisione, il nostro cervello si proietta nel futuro. Con i lobi prefrontali e frontali simula i diversi risultati per generare un modello di come potrebbe essere il nostro futuro. Questo permette, ad esempio, di stimare quale sarebbe l’esito in ciascuno di quei potenziali futuri.

Certo non si tratta di previsioni perfettamente accurate perché ogni previsione è basata solo sulle proprie esperienze passate e sugli attuali modelli di come va il mondo. Ecco perché è importante elaborare le esperienze che stiamo vivendo. In questo modo ci diamo una possibilità in più di affrontare il futuro con meno ansia e meno condizionamenti.

Collicolo superiore ed emergenza

Collicolo superiore ed emergenza

C’è uno stretto rapporto tra collicolo superiore ed emergenza. Il collicolo superiore non è una regola o una norma gerarchicamente superiore alle altre. Si tratta semplicemente di un piccola area del cervello. Posta sulla sommità del tronco encefalico, coinvolta nei movimenti di orientamento nello spazio e nella nostra stessa capacità di orientarci nello spazio. I suoi neuroni costituiscono una vera e propria mappa del mondo visivo.

Ruolo del collicolo superiore

 L’aspetto più interessante è che il collicolo superiore si attiva come risposta a un pericolo attraverso quella che possiamo individuare come “previsione dei movimenti attesi”. In sostanza l’immagine dell’oggetto si proietta sui neuroni del collicolo superiore, i quali interagiscono con quelli del collicolo inferiore. Un’iterazione molto importante perché questi ultimi ricevono informazioni dai suoni emessi dal medesimo oggetto. Questa interazione aumenta la capacità di individuare l’oggetto, la sua traiettoria e la sua possibile pericolosità.

Questa attività entra quindi a far parte della rete di difesa dai possibili pericoli della quale tradizionalmente sappiamo fa parte anche l’amigdala. Con la caratteristica di avere tempi di attivazione più rapidi dell’amigdala stessa, che, lo ricordiamo, è di circa 13 millisecondi. Tanto che una lesione al collicolo superiore indebolisce le attività di fuga o immobilizzazione risposte connesse alla presenza di un pericolo.

Non solo movimenti

 In particolare, il collicolo superiore si attiva quando percepisce un  movimento inatteso o anomalo: ad esempio un oggetto che ci sta cadendo addosso. In qualche modo, ci fa vedere il pericolo prima che l’immagine raggiunga le aree conticali più evolute.

Ma oggi sappiamo che la sua funzione va ben oltre. Percepisce anche la postura o una diversa espressione delle persone che ci circondano. Non riconosce l’identità del volto, ma, aspetto importante nelle situazioni critiche, il fatto che la persona sia spaventata. In questo senso possiamo dire che fa da specchio.

Una funzione da attivare positivamente

 Tutto questo il collicolo superiore lo mutua dall’esperienza fatta in situazioni precedenti, attivandosi ben prima di quella che poi noi chiamiamo reazione di paura.

Gli studi in questo campo sono molto importanti perché mostrano un altro ruolo che possono avere le esercitazioni all’interno delle aziende. Se le stesse sono progettate con attenzione è possibile fornire i debiti schemi di lettura dei movimenti e dei suoni all’area del collicolo. Sempre che si esca dalla semplice visione dell’esercitazione come momento di addestramento, per aiutare gli interessati a leggere e far propria l’esperienza vissuta. La narrazione di quanto è avvenuto nell’esercitazione è una lettura emotivamente positiva di quando è avvenuto e delle capacità di affrontarlo. Questo fornisce un ulteriore strumento di azione qualora si dovessero presentare analoghe situazione critiche.

E’ pur vero che il collicolo agisce ben prima della coscienza di quanto sta avvenendo. Ma costruire una traccia, anche inconsapevole, di rapporto tra collicolo superiore e risposta all’emergenza è certamente utile.

 Bibliografia

 Anastasio T. J., Patton P. E & Belkecem-Boussaid K. (2000), Using Bayer’s rule model multisensory enhancement in the superior colliculus, Neural Computation, 12, 1165-1187.

Cohn-Sheehy B. I., Delarazan A. I., Reagh Z. M., Crivelli-Decker J. E.,Kim K., Barnett A. J., Zacks J. M. & Ranganath C., (2021), The hippocampus constructs narrative memories across distant events, Current Biology, https://doi.org/10.1016/j.cub.2021.09.013.

Goldman-Rakic P.S. (1988), Topography of cognition: Parallel distibuted networks in primate association cortex, Annual Review of Neuroscinece, 11, 137-156.

Tamietto M., Cauda F., Corazzini L L. (2010), Collicular vision guides nonconscious behavior, Journal of Cognitive Neuroscience, 22 (5), 888-902.

Pianificare con accuratezza

Pianificare con accuratezza

Pianificare con accuratezza è uno dei compiti più difficili.

Ce ne accorgiamo ogni qual volta programmiamo di realizzare un progetto nuovo, che si tratti di una dieta, del rimettersi in forma o di imparare una lingua straniera o di un progetto di lavoro.

Lo scacco matto di molti progetti sta nel sottovalutare i tempi effettivamente necessari per raggiungere il risultato. Solitamente, non sono errati i risultati, ma la pianificazione dei tempi e le previsioni.

Motterlini (2008) ricorda la “Legge di Hofstadter”che recita “per fare una cosa ci vuole sempre più tempo di quanto si pensi, anche tenendo conto della Legge di Hofstadter”.

In altri termini, ogni programmazione rischia di fallire a causa dei tempi previsti per l’attuazione, che sono sempre più lunghi di quanto si desideri anche quando, e questo è il paradosso della Legge di Hofstadter, si tiene conto che siano lunghi.

Difficoltà a pianificare

La difficoltà di pianificare con accuratezza è stata analizzata da Buehler, Griffin e Ross (1994).

Gli autori mettono in luce che le persone:

  • sottovalutano i tempi propri per completare un programma, ma non quello degli altri,
  • per generare le loro previsioni si basano prevalentemente sugli scenari presenti e non utilizzano efficacemente le passate esperienze,
  • attribuiscono gli insuccessi passati a fattori esterni o transitori e questo porta a diminuire la possibilità di imparare dai propri errori.

Messa così sembra che quando facciamo delle previsioni e delle pianificazioni ci troviamo inesorabilmente sotto lo scacco di questi limiti.

Lo spacchettamento

Arrendersi dunque! No, perché possiamo prendere a prestito quanto scrivono Rottensteich e Tversky (1997) circa la possibilità di utilizzare la strategia dello spacchettamento. Gli autori scrivono che la probabilità di giudicare i tempi per realizzare un evento generalmente aumenta quando la sua descrizione viene scompattata in componenti disgiunte.

Adottando questa prospettiva, spacchettiamo tutti i passaggi previsti all’interno di un progetto e così sarà possibile ottenere una valutazione più attenta sia della probabilità di realizzarlo, sia del tempo necessario per farlo. In questo modo tappe e tempi previsti inevitabilmente aumenteranno. Ma saranno più rispondenti alla realtà e ci si esporrà molto meno al rischio della demotivazione che interviene quando si constata di non aver conseguito i risultati nei tempi previsti.

Perciò “anno nuovo, vita nuova” può funzionare se riusciamo a valutare con accuratezza i veri tempi per realizzare le aspettative connesse a questa frase. Insegnamento molto più importante se lo colleghiamo non tanto a un semplice progetto di dieta, bensì alla complessa e decisiva esigenza di pianificare con accuratezza l’organizzazione di un progetto aziendale.

 Bibliografia

Buehler R., Griffin D. & Ross M. (1994), Exploring the Planning Fallacy: Why perplesso underestimate their task completion times, Journal of Personality and Social Psychology, 67 (3), 366-381.

Motterlini M. (2008), Trappole mentali. Come difendersi dalle proprie illusioni e dagli inganni altrui, BUR, Milano.

Rottensteich Y. & Tversky A. (1997), Unpacking, repacking and anchoring: advances in support theory, Psychological Review, 104, 406-415.

Case history

Case history

Case history

 

Il case history è un modello formativo che prevede di discutere in gruppo casi realmente accaduti per coglierne gli aspetti positivi e negativi. Come già discusso in precedenza (Zuliani, 2017) analizzare le decisioni prese e le soluzioni adottate arricchisce le competenze dei partecipanti. Inoltre, lo studio degli errori commessi aiuta a metterli in guardia rispetto a tutte le trappole culturali, cognitive e procedurali insite in ogni situazione di emergenza.

Un limite però di questa metodologia è il fatto che i partecipanti non sono sufficientemente stimolati a confrontarsi su come loro stessi avrebbero reagito in quelle determinate situazioni. Come vedremo, conoscere l’esito dell’evento influenza la modalità con la quale il partecipante affronta l’analisi.

 

Uno studio illuminante

 

Uno studio di Kamin e Rachlinski (1995) mette ben in evidenza il limite del modello formativo basato sul case hisory.

Gli studiosi riprendono un evento accaduto circa trent’anni prima, quando una barca, rompendo gli ormeggi per la forza di un fiume, era andata a incagliarsi sotto un ponte provocando l’inondazione della città.

Il caso viene riproposto a due gruppi di studenti chiedendo loro di stimare la probabilità dell’inondazione che si sarebbe determinata a causa dell’ostruzione, l’entità dei danni che ne sarebbero conseguiti alla città e le conseguenti responsabilità.

Ai gruppi furono date informazioni in parte diverse. Al primo furono forniti dati sulle condizioni meteorologiche, sullo stato delle funi dell’imbarcazione che determinò l’ostruzione del ponte e sull’assenza di personale che potesse vigilare sul funzionamento del ponte stesso.

Al secondo gruppo furono date anche informazioni sul fatto che ci fu veramente un’inondazione a causa di questa ostruzione e una relazione precisa sui danni conseguenti.

Ciò che ne è scaturito fu che nel primo gruppo solo il 34% dei membri ritenne che l’inondazione fosse probabile e la maggioranza (76%) concluse che non si potesse attribuire nessuna responsabilità per questo fatto.

Di contro il 57% dei membri del secondo gruppo giudicò il rischio di inondazione estremamente elevato, tanto da indicare come colpevoli di negligenza coloro che non avevano provveduto alle necessarie precauzioni.

 

Conclusioni

 

Questa ricerca mette in luce la debolezza del modello di lavoro basato sul case history perché conoscerne le conclusioni rischia di fare in modo che l’evento sia analizzato con la logica del “senno di poi” (Zuliani & Bellotto, 2013), condizionando il processo di analisi.

Il peso del “senno di poi” è ben evidenziato nella ricerca presentata perché al secondo gruppo fu detto esplicitamente di non tener conto, nell’esprimere il proprio giudizio, delle informazioni ricevute sull’inondazione e sull’entità dei danni causati.

Come concludono Kamin e Rachlinski, non è sufficiente chiedere alle persone di non tener conto di un dato perché esse non ne siano influenzate nei loro processi mentali.

Il secondo rischio connesso al case history è quello che il partecipante arrivi a convincersi di possedere già la soluzione adeguata qualora si dovesse presentare un caso analogo a quello discusso. In questo caso può entrare in gioco il meccanismo della over-confidence, che spinge a sopravvalutare le proprie abilità e la capacità di controllare la situazione. Il conseguente abbassamento di giudizio critico può spingere a diminuire la consapevolezza situazionale.

 

Bibliografia

 

Kamin K. A. & Rachlinski J. J. (1995), Ex Post ≠ Ex Ante: determining liability in hindsinght, Law and Human Behavior,  19 (1), 89-104.

Zuliani A. & Bellotto E. (2013), Dialogo sulla sicurezza, PdE, 28, 2-10

Zuliani A. (2017), Azione e reazioni nell’emergenza. Tutto quello che si deve sapere sui comportante umani per costruire un piano di emergenza, EPC Editore, Roma.

Farmaci antidolorifici ed emozioni

Farmaci antidolorifici ed emozioni

Farmaci antidolorifici ed emozioni

 

Una ricerca sugli effetti dei farmaci antidolorifici appena pubblicata appare interessante anche per chi si occupa di soccorrere o assistere persone in difficoltà.

La ricerca di Ratner, Kaczmarek e Hong (2018) pubblicata su Policy Insights from the Behavioral and Brain Sciences mostra come alcuni di questi comuni farmaci da banco possano influenzare le nostre reazioni emotive.

 

Farmaci antidolorifici

 

I ricercatori, attraverso una ricerca sperimentale, hanno scoperto che i farmaci antidolorifici a base di paracetamolo e ibuprofene possono influenzare il dolore emotivo che nasce dai sentimenti feriti derivanti ad esempio dal tradimento di un partner o anche solo dall’esclusione dal gruppo. Non dimentichiamo infatti che il dolore fisico e quello emotivo hanno la stessa valenza per il nostro cervello (Cacioppo & Patrick, 2008). Quindi, una sofferenza emotiva equivale a una fisica.

L’aspetto interessante della ricerca di Ratner e colleghi è che questi farmaci hanno un effetto opposto a seconda del sesso della persona che li assumono: riducono il dolore nelle donne mentre lo aumentano negli uomini.

Non solo, ma i ricercatori hanno scoperto che questi farmaci antidolorifici hanno anche la possibilità di influenzare il grado di empatia che proviamo verso gli altri. Dallo studio si vede, infatti, che chi li assume risulta meno stressato se è chiamato a leggere storie di persone che provavano dolore fisico o emotivo, provando meno dolore per queste ultime.

Un ulteriore aspetto interessante riguarda il fatto che il paracetamolo riesce anche ad alterare il disagio che la persona prova nel separarsi dai propri beni (che sappiamo già essere ostacolato dall’avversione alla perdita), rendendo questo evento meno doloroso. Lo si è visto perché i partecipanti alla ricerca che hanno assunto farmaci antidolorifici erano disposti a vendere a prezzi più bassi ai propri averi rispetto a quelli del gruppo di controllo.

 

Quindi, donne, se assumente antidolorifici non occupatevi troppo di questioni economiche e sentimentali; e, uomini, cercate di farvi passare l’influenza senza paracetamolo e ibuprofene (e ora, mogli, avete capito perché i vostri mariti influenzati sembrano morire e non date loro antidolorifici!).

 

Bibliografia

 

Cacioppo J.T. & Patrick W. (2008). Solitudine. Il Saggiatore, Milano, 2009.

Ratner K. G., Kaczmarek A. R. & Hong Y. (2018). Can Over-the-Counter Pain Medications Influence Our Thoughts and Emotions?. Policy Insights from the Behavioral and Brain Sciences, 6, 1–8.