Esercitazioni aziendali efficaci

Esercitazioni aziendali efficaci

Un’efficace esercitazione aziendale necessità di due caratteristiche di base. L’essere annunciata per tempo e far parte di un programma di esercitazioni progettate nel tempo per evidenziare diversi temi. Appare utile focalizzare l’attenzione solo su alcuni temi per ogni esercitazione in modo da stressare e individuare i punti di risposta efficaci e quelli critici da migliorare.

Due caratteristiche delle esercitazioni aziendali efficaci

Queste due caratteristiche rispondono alla visione dell’esercitazione come strategia per accrescere la cultura della sicurezza in azienda. Comunicare i temi al centro di ogni esercitazione è estremamente importante. Aiuta a focalizzarsi sugli stessi, a sentirne la rilevanza per la sicurezza e l’esistenza di un progetto aziendale nella direzione di un continuo miglioramento. Agendo in questo modo i collaboratori sono spinti a percepire chiaramente l’interesse dell’azienda per la promozione della sicurezza e della risposta alle situazioni critiche. Proprio per questo motivo anche la comunicazione del programma esercitativo deve essere ben evidenziato fino al momento della co-valutazione dei suoi esiti.

Il ruolo della co-valutazione

Al fine di valutare gli esiti dell’esercitazione, riteniamo sia importante operare con la logica della co-valutazione. Questa logica risponde alla scelta di coinvolgere tutti nell’analisi dei punti di forza e in quelli di debolezza dei singoli punti stressati dall’esercitazione. Ciò non significa non coinvolgere, se serve, anche esperti esterni. Ma valorizzare il fatto che le migliori soluzioni per il miglioramento degli standard organizzativi e comportamentali si ottengono con la consapevole partecipazione di tutti i partecipanti.

Gli studi psicologici segnalano che l’adesione a indicazioni di comportamento cresce quando si tratta di mettere in atto azioni decise e scelte dai diretti interessati. L’adesione è, invece, scarsa quando si tratta di indicazioni che vengono da soggetti esterni, per quanto vissuti come autorevoli.

La condivisione dei progressi del programma esercitativo

Programmando una serie di esercitazioni aziendali efficaci, che si prolungano nel tempo, appare indispensabile costruire una memoria storica delle esperienze condotte e dei miglioramenti ottenuti attraverso le stesse. C’è infatti il rischio che focalizzandosi su un’unica esperienza esercitativa si perdano di vista gli importanti progressi ottenuti lavorando assieme nel miglioramento della sicurezza.

 

Bibliografia

Zuliani A., Santoro D. & Perotti T. (2021). Piano di emergenza interno e progettazione delle simulazioni, Ambiente e Sicurezza sul lavoro, anno XXXVII, 4, 26-33.

Zuliani A. (2020). La variabilità dei comportamenti, Il Giornale dell’Ingegnere, 9/2020, 10.

Zuliani A. & Dalsaso W. (2019). Le esercitazioni aziendali: analizzare e restituire, PdE, anno 15, 54, 4-6. Ripreso da PuntoSicuro 07 ottobre 2020.

Zuliani A. (2017). Esercitazioni aziendali. Un investimento positivo per l’azienda. Ambiente & Sicurezza sul Lavoro, 33(11), 44-54.

Collicolo superiore ed emergenza

Collicolo superiore ed emergenza

C’è uno stretto rapporto tra collicolo superiore ed emergenza. Il collicolo superiore non è una regola o una norma gerarchicamente superiore alle altre. Si tratta semplicemente di un piccola area del cervello. Posta sulla sommità del tronco encefalico, coinvolta nei movimenti di orientamento nello spazio e nella nostra stessa capacità di orientarci nello spazio. I suoi neuroni costituiscono una vera e propria mappa del mondo visivo.

Ruolo del collicolo superiore

 L’aspetto più interessante è che il collicolo superiore si attiva come risposta a un pericolo attraverso quella che possiamo individuare come “previsione dei movimenti attesi”. In sostanza l’immagine dell’oggetto si proietta sui neuroni del collicolo superiore, i quali interagiscono con quelli del collicolo inferiore. Un’iterazione molto importante perché questi ultimi ricevono informazioni dai suoni emessi dal medesimo oggetto. Questa interazione aumenta la capacità di individuare l’oggetto, la sua traiettoria e la sua possibile pericolosità.

Questa attività entra quindi a far parte della rete di difesa dai possibili pericoli della quale tradizionalmente sappiamo fa parte anche l’amigdala. Con la caratteristica di avere tempi di attivazione più rapidi dell’amigdala stessa, che, lo ricordiamo, è di circa 13 millisecondi. Tanto che una lesione al collicolo superiore indebolisce le attività di fuga o immobilizzazione risposte connesse alla presenza di un pericolo.

Non solo movimenti

 In particolare, il collicolo superiore si attiva quando percepisce un  movimento inatteso o anomalo: ad esempio un oggetto che ci sta cadendo addosso. In qualche modo, ci fa vedere il pericolo prima che l’immagine raggiunga le aree conticali più evolute.

Ma oggi sappiamo che la sua funzione va ben oltre. Percepisce anche la postura o una diversa espressione delle persone che ci circondano. Non riconosce l’identità del volto, ma, aspetto importante nelle situazioni critiche, il fatto che la persona sia spaventata. In questo senso possiamo dire che fa da specchio.

Una funzione da attivare positivamente

 Tutto questo il collicolo superiore lo mutua dall’esperienza fatta in situazioni precedenti, attivandosi ben prima di quella che poi noi chiamiamo reazione di paura.

Gli studi in questo campo sono molto importanti perché mostrano un altro ruolo che possono avere le esercitazioni all’interno delle aziende. Se le stesse sono progettate con attenzione è possibile fornire i debiti schemi di lettura dei movimenti e dei suoni all’area del collicolo. Sempre che si esca dalla semplice visione dell’esercitazione come momento di addestramento, per aiutare gli interessati a leggere e far propria l’esperienza vissuta. La narrazione di quanto è avvenuto nell’esercitazione è una lettura emotivamente positiva di quando è avvenuto e delle capacità di affrontarlo. Questo fornisce un ulteriore strumento di azione qualora si dovessero presentare analoghe situazione critiche.

E’ pur vero che il collicolo agisce ben prima della coscienza di quanto sta avvenendo. Ma costruire una traccia, anche inconsapevole, di rapporto tra collicolo superiore e risposta all’emergenza è certamente utile.

 Bibliografia

 Anastasio T. J., Patton P. E & Belkecem-Boussaid K. (2000), Using Bayer’s rule model multisensory enhancement in the superior colliculus, Neural Computation, 12, 1165-1187.

Cohn-Sheehy B. I., Delarazan A. I., Reagh Z. M., Crivelli-Decker J. E.,Kim K., Barnett A. J., Zacks J. M. & Ranganath C., (2021), The hippocampus constructs narrative memories across distant events, Current Biology, https://doi.org/10.1016/j.cub.2021.09.013.

Goldman-Rakic P.S. (1988), Topography of cognition: Parallel distibuted networks in primate association cortex, Annual Review of Neuroscinece, 11, 137-156.

Tamietto M., Cauda F., Corazzini L L. (2010), Collicular vision guides nonconscious behavior, Journal of Cognitive Neuroscience, 22 (5), 888-902.

La sorpresa in emergenza

La sorpresa in emergenza

La sorpresa in emergenza

di Antonio Zuliani

Spesso si attribuisce alla sorpresa la causa di una risposta inadeguata o errata ad un evento. Questo quando tale risposta sia arrivata a determinare un incidente o un infortunio. Le cose sono più complesse perché la sorpresa può essere dovuta a eventi diversi e le stesse strategie per affrontarla non sono le stesse.

Si ritiene che uno degli aspetti che può produrre una risposta errata a un’emergenza sia rappresentato dall’effetto sorpresa dovuto a una situazione inattesa. Occorre chiarire il concetto di “sorpresa” e le strategie che possono essere utilizzate per diminuire i possibili effetti negativi legati al manifestarsi di questa emozione.

Occorre ricordare che la sorpresa è un’emozione molto breve, che scatta all’improvviso, giusto il tempo per inquadrare quello che sta avvenendo. Di per sé la sorpresa è un’emozione neutra: semmai è quello che avviene successivamente a connotare l’esperienza in senso positivo o negativo.

 Focalizzando quanto detto nel campo dell’emergenza occorre distinguere due tipi di evento che determinano la sorpresa.

I tipi di sorpresa

Il primo si manifesta quando ci si trova di fronte ad un evento inaspettato, cioè a qualche cosa che non avremmo immaginato accadesse. In questo caso l’emozione di sorpresa è molto breve e prosegue trasformandosi in paura, se la situazione è minacciosa. Mentre subentra il disgusto, se l’evento è sgradevole o repellente; e in gioia o felicità, se quanto accaduto è piacevole, e così via.

Si tratta del transitare di un’emozione (la sorpresa) verso un’altra ed è necessario prestare attenzione a quest’ultima se si vuole aiutare la persona a fornire una risposta efficace. Per cui la persona va aiutata o attrezzata a gestire non tanto la sorpresa in emergenza, ma altre emozioni. Sono la paura o il disgusto che possono rallentare la sua risposta all’evento.

 Il secondo tipo di sorpresa è molto più complesso perché scaturisce dal contrasto con ciò che ci si aspettava accadesse in quel momento: possiamo dire con Paul Ekman, di essere di fronte a un evento dis-aspettato.

Di fronte a questo tipo di sorpresa, il cervello cerca prima di tutto di confrontare quello che sta accadendo con quello che si aspettava accadesse, ciò, contrariamente a quanto accade per eventi inattesi, rallenta l’evoluzione delle emozioni.

Questo avviene perché il cervello cerca di riportare tutte le situazioni che incontra all’interno di quelle che già conosce, arrivando a cancellare (negligenza omissiva) tutti gli elementi non aspettati che si trova di fronte.

 Nella prima situazione descritta, che determina l’avvio di un percorso dove la sorpresa transita verso altre emozioni, la risposta da predisporre è quella relativa al contenimento di queste seconde risposte emotive perché sono quelle che possono influire sulla capacità di reazione.

Nel caso di una sorpresa determinata da un evento dis-aspettato: Qui occorre aiutare la persona a liberarsi da questa negligenza omissiva affinché non rimanga nella condizione di non vedere quel che sta accadendo. In questo modo viene rallentata la fondamentale capacità di produrre un’efficace consapevolezza situazionale. Cioè la capacità di rendersi conto di quello che sta accadendo attorno a sé.

La regressione verso la media nella sicurezza e nell’emergenza

La regressione verso la media nella sicurezza e nell’emergenza

Regressione verso la media nella sicurezza e nell’emergenza

di Antonio Zuliani

Spesso di fronte alle situazioni che chiamano in causa la sicurezza e l’emergenza si producono ragionamenti che risentono dell’influenza di quanto è appena accaduto: riprendere il concetto di regressione verso la media appare utile per prevedere cosa ci si può attendere per il futuro.  Il concetto di regressione verso la media nell’interpretazione della sicurezza dell’emergenza nasce dall’esperienza di Kahneman, quando a metà degli anni 60 fu chiamato a tenere dell’elezione a un gruppo di strutture di volo dell’aeronautica israeliana.

Le valutazioni degli istruttori di volo

A fronte delle insistenze di Kahneman circa l’importanza di ricompensare i comportamenti positivi rispetto che punire quelli negativi, un istruttore lo interruppe dicendogli che la sua esperienza gli diceva esattamente il contrario. Secondo questo istruttore elogiare un allievo che aveva eseguito una ottima manovra comportava il fatto che nell’esercitazione successiva lo stesso allievo non sarebbe stato altrettanto efficace, di contro, sgridare pesantemente un allievo per una manovra malfatta comportava il risultato che la volta successiva la manovra sarebbe riuscita molto meglio. Di fatto l’istruttore applicava un punto di osservazione del tutto parziale che prevedere una correlazione diretta tra il suo agire e le reazioni degli allievi piloti.

Le osservazione di Kahneman

La realtà è però ben diversa come ci mostra il concetto di regressione verso la media che spiega questi fatti in modo più oggettivo: in ogni serie di eventi casuali, un evento straordinario (una manovra ottimamente eseguita) ha alte probabilità di essere seguito, per puro caso, da un evento più ordinario. Lo stesso avveniva per gli allievi piloti: pur avendo essi una certa abilità personale nella guida degli aerei le loro abilità si affinavano progressivamente e lentamente grazie alla addestramento. I miglioramenti non diventavano subito evidenti tra una manovra e quella successiva. Da questo punto di vista una manovra eccezionalmente positiva o del tutto negativa è dovuta soprattutto a questioni di fortuna e  perciò è del tutto probabile che a un evento molto positivo ne seguisse uno di meno efficace, indipendentemente dall’intervento dell’istruttore.

Queste osservazioni di Kahneman sono molto importanti perché spesso nell’analisi dei fatti riguardanti la sicurezza e l’emergenza tendiamo comportarci come questi istruttori. Utilizziamo una strategia che riduce la complessità delle situazioni spingendoci a  giudicare gli eventi alla luce di fatti che non li hanno assolutamente influenzati. Ciò significa che quando si prendono decisioni in questi campi fidarsi solo dell’intuizione, che spasso spinge a collegare tra essi i fatti solo perché questo ci fornisce una visione coerente di quello che stiamo osservando, può essere molto pericoloso.

Una metodologia diversa

Proprio perché siamo abituati a sottovalutare gli effetti della casualità nel determinare egli eventi è importante acquisire una metodologia per la presa di decisioni al fine di diminuire l’incidenza degli errori determinati dalla nostra difficoltà di comprendere aspetti come il caso o come la regressione verso la media. Come spesso osserviamo nel nostro lavoro di formazione e di consulenza il vero obiettivo è quello di apprendere le strategie per prendere decisioni sui temi inerenti alla sicurezza e all’emergenza. Se la strategia è corretta e, in questo caso, tiene conto anche dell’incidenza della regressione verso la media, le decisioni saranno più efficaci.

Disabile in emergenza

disabile in emergenzaDisabile in emergenza

di Antonio Zuliani

La persona disabile trova particolari difficoltà nelle situazioni di emergenza anche perché chi si occupa del soccorso spesso non ha idea dei suoi bisogni e di come comportarsi con lui. Ecco i risultati di un’importante ricerca in questo campo.

 L’attenzione al disabile in emergenza è ben poco presente nella letteratura internazionale. Se a fatica si sta facendo strada una normativa tecnica atta a garantire al disabile una situazione di sicurezza sul posto di lavoro, non c’è altrettanta attenzione sul rapporto che il disabile vive con le situazioni di emergenza e su quello che l’operatore che interviene può fare per supportarlo.

Esiste un bel lavoro curato dal Stefano Zanut del Dipartimento dei Vigile del Fuoco sulle manovre da mettere in atto, mentre sugli atteggiamenti da assumere c’è ben poco.

In linea di massima si può affermare che sia più utile non aiutare un disabile senza prima avergli chiesto se lo desidera o no. Tale affermazione può sembrare in contrasto con una situazione di emergenza nella quale il tempo e/o il desiderio dei singoli di essere tratti in salvo appaiono aspetti molto lontani dalla realtà determinata dalla situazione di pericolo.
Si tratta, in ogni caso, di mantenere tale idea sullo sfondo di ogni decisione e di ogni intervento da prendere in queste circostanze. Molti disabili hanno conservato o raggiunto un elevato grado di autonomia e sono fieri di essere indipendenti.

E’ nell’interesse dello stesso soccorritore favorire la messa in atto di questa autonomia per ottenere maggior collaborazione, per compiere quelle manovre sulla persona che fossero necessarie nel modo più efficace possibile, anche per diminuire la propia fatica durante l’intervento.
L’attenzione principale è quella di essere in grado di comunicare e di rassicurare il disabile utilizzando un messaggio che da un lato comprenda le sue necessità rispetto alla situazione in atto e dall’altro lato sia in grado di fornirgli le indicazioni fondamentali circa le azioni da intraprendere.

La difficoltà per il soccorritore può consistere nel trattare il disabile come una persona normale vincendo perplessità ed imbarazzi che possono rendere complesso il dialogo reciproco. Un dialogo che rimane di fondamentale importanza, perché sarà il più delle volte il disabile stesso a poter fornire le indicazioni più giuste per poter essere aiutato. Non è, infatti, pensabile che ogni soccorritore sappia cosa deve essere fatto a fronte di ogni forma di disabilità che incontra nel suo lavoro.

Queste possono essere delle indicazioni di massima, ma certamente sarà necessario produrre degli studi più approfonditi sulla situazione che si trova a vivere il disabile nelle situazioni di emergenza.

Da parte sua StudioZuliani ha prodotto una ricerca in merito.