Influenza dei social sulle reazioni al coronavirus

Influenza dei social sulle reazioni al coronavirus

Parliamo dell’ influenza dei social sulle reazioni al coronavirus e sulle opinioni che ci stiamo formando sulla sua pericolosità.

In merito c’è chi plaude ai social leggendoli come grandi occasioni di democrazia. Mentre altri sembrano più preoccupati per la diffusione di quelle che usiamo chiamare fake news.

Occupandoci della comunicazione nelle situazioni di crisi vogliamo sottolineare che la riflessione deve essere posta su di noi come utilizzatori piuttosto che sui social.

Tre punti di riflessione

Sono tre i punti di riflessione relativi all’influenza dei social sulle reazioni al coronavirus.

In primo luogo siamo tutti spinti a condividere ogni informazione che confermi le nostre idee e opinioni preesistenti (bias di conferma). Bisogno che spinge gli utilizzatori dei social a vivere in una sorta di echo chamber, ovvero all’interno di gruppi che condividono visioni comuni del mondo.

Il secondo aspetto riguarda il fatto che il nostro cervello utilizza alcune scorciatoie mentali (euristiche) per dare giudizi di credibilità sulle informazioni che riceviamo. Le due scorciatoie più efficaci sono la ripetizione e la familiarità insite nell’informazione.

Questo non avviene per pigrizia, ma perché il nostro cervello cerca di ottimizzare il rapporto costi benefici. Da questo punto di vista pensare è molto dispendioso perché si traduce in un grande consumo di glucosio (la principale fonte di energia del cervello).

Il terzo aspetto sottolinea come l’analfabetismo funzionale, ovvero la difficoltà a comprendere efficacemente un testo, sia molto diffusa e renda difficile comprenderne il significato.

Questo significa che l’essere connessi e ricevere molte informazioni non accresce la capacità di comprendere ciò che sta accadendo.

Per farlo sarebbe utile imparare a contrastare la spinta fondamentale che imprimono alla notizie i social: la sollecitazione prestazionale a reagire. La strategia suggerita per diminuire l’influenza dei social sulle reazioni al coronavirus è di rallentare prima di reagire a un contenuto, prima di condividerlo, prima di fornire il fatidico like.

Affinché la paura non diventi angoscia

Affinché la paura non diventi angoscia

Di fronte alle notizie che oggi (mercoledì 29 gennaio 2020) possediamo sul coronavirus occorre operare affinché la paura non diventi angoscia. La paura è un’emozione sana perché spinge chi la prova all’azione. Ma per attivarsi occorre sapere cosa fare, altrimenti subentra un sentimento ben diverso: l’angoscia, anticamera del panico.

Cosa fare, dunque, affinché la paura non diventi angoscia? Domanda importante anche perché a oggi i dati statistici non ci fanno pensare a scenari apocalittici. Ecco alcune indicazioni derivanti dalla nostra esperienza professionale.

 Il ruolo delle istituzioni

Il primo passo è di fornire alle persone un punto di riferimento credibile e affidabile. Questo è il compito principale delle istituzioni pubbliche e sanitarie in particolare. Compito oggi difficile per due motivi. L’istituzione ha perduto la sua autorevolezza, le stesse figure sanitarie hanno visto intaccata la propria credibilità e il proprio ruolo. Lo stesso fenomeno delle aggressioni verso i sanitari ne è una dimostrazione.

In secondo luogo, i due aspetti sono connessi, le fonti d’informazione si sono moltiplicate e la prima che arriva trova più spazio perché fornisce le risposte che, come vedremo sotto, le persone cercano. Qualsiasi essa sia è una risposta che rassicura la nostra mente, molto più spaventata dall’incertezza che dal contenuto dell’informazione.

 Un’informazione tempestiva

Di qui il secondo aspetto: la tempestività. Ogni evento nuovo, come questa pandemia, suscita la necessità di avere nel più breve tempo le informazioni. Il nostro cervello mal sopporta l’incertezza, ecco perché si cercano subito notizie che aiutino ad avere un quadro mentale ordinato. Cosa, come abbiamo già scritto ben difficile in questo momento.

Quando le istituzioni, anche per una comprensibile prudenza, non sono tempestive le persone si costruiscono da sole un quadro mentale dell’accaduto. Modificarlo successivamente sarà difficile. Ecco che è preferibile un’informazione ufficiale tempestiva anche se non del tutto completa a un’esitazione che lascia spazio a quelle che poi definiamo fake news.

 Una risposta alle domande

Le persone hanno bisogno primariamente di una risposta alle domande e, successivamente, di una spiegazione. Purtroppo constatiamo ancora una volta come gli esperti che parlano dell’argomento prediligano dilungarsi in ragionamenti complessi per poi, molto spesso, eludere la domanda centrale. In questa fase i quesiti centrali sembrano essere: questo virus è pericoloso anche per me?  Se vogliamo essere ascoltati occorre prima rispondere a questo tipo di domande e poi argomentare la risposta.

 Un linguaggio semplice

L’informazione è efficace solo se viene compresa. Per farlo occorre saper utilizzare il linguaggio più semplice possibile. Ecco allora che ogni parola tecnica, in lingua straniera, ogni barocchismo linguistico rendono il messaggio difficile da comprendere. In questo occorre ricordare il nostro cervello fa molta fatica a ragionare sulla base di dati statistici. L’autorevolezza di cui abbiamo parlato nasce dall’essere percepiti come fonte rassicurante e non dal linguaggio spesso iniziatico che troppi esperti utilizzano.

Sono solo poche indicazioni di base affinché la paura non diventi angoscia.

 

Antonio Zuliani

Le parole dell’epidemia

Le parole dell’epidemia

Antonio Zuliani

Abbiamo esaminato i messaggi che oggi (venerdì 24 gennaio 2020) le fonti di informazione stanno trasmettendo sul coronavirus. Da essi emerge chiaramente come gli stessi, al di là della correttezza informativa, tendono a creare quadri mentali diversi e spesso incompatibili tra chi li ascolta.

Il fatto è che le reazioni delle persone sono strettamente collegate ai quadri mentali che le stesse si creano. Da questo punto di vista, le parole utilizzate nelle informazioni hanno un grande peso nell’attivare i diversi quadri mentali.

Vediamo alcuni esempi.

Da un lato si informa che circa 10 città cinesi sono state isolate, anche con l’intervento dell’esercito, arrivando a interessare ben 41 milioni di cittadini. Evidentemente il quadro mentale che questa notizia crea è quello di un pericolo fortissimo. Una situazione, che per essere tenuta sotto controllo, chiede addirittura l’intervento dell’esercito. Chi legge questa notizia, inevitabilmente, la inserisce nel quadro di riferimento italiano. Qui far intervenire l’esercito e chiudere ogni via di comunicazione prevede la presenza di un evento altamente catastrofico.

D’altra parte l’Organizzazione Mondiale della Sanità dichiara che non siamo ancora in presenza di un’emergenza sanitaria globale, tanto da rilasciare soltanto alcune raccomandazioni. Un dato tecnico assolutamente ineccepibile, ma che certamente stride con l’immagine mentale creata dall’informazione precedente.

Da questo punto di vista il fatto che la task force del Ministero della Salute si stia muovendo in linea con queste raccomandazioni può apparire, non tanto come una misura di profilassi rassicurante, ma come una risposta “debole”.

Ma parlando di immagini mentali e del significato suscitato dalle parole vediamo un fatto di pochi giorni fa. È stata diffusa la notizia del sequestro di un’ingente partita di carne, guarda caso, cinese affetta da peste suina. Questa notizia non ha nessuna relazione con il coronavirus. Ciò nonostante riapre nella testa di chi ascolta l’immagine del pericolo. Visto che noi funzioniamo per immagini mentali le parole epidemia e peste rischiano di creare un cocktail estremamente pericoloso.

Il tema che si pone non è quello di censurare le informazioni, ma di fornire delle sintesi che aiutino maggiormente le persone a farsi un’idea consapevole di quanto accade.