PdE n 63

PdE n 63

Contenuti:

Le sei finestre della comunicazione persuasiva.

Un piano strategico per accrescere la cultura della sicurezza.

Obiettivo concentrazione.

Progettare la sicurezza inclusiva: da dove iniziare?

 

Correlazioni note: please

Correlazioni note: please

Di fronte a ogni situazione che incontriamo il nostro cervello cerca correlazioni note e rassicuranti.

Un meccanismo che punta a risparmiare energia e a rassicurare sul fatto che non sta accadendo nulla di ignoto e verso il quale non abbiamo strumenti per affrontarlo.

Nell’articolo, pubblicato per Confprofessioni, abbiamo parlato di questo fenomeno partendo da un esempio letterario. Il racconto di fantascienza  Sentry di Fredirc Bown.

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Psicologia in emergenza

Psicologia in emergenza

Psicologia in emergenza.

Un evento dedicato alla riflessione sulla “psicologia in emergenza” promosso dall’Ordine degli Psicologi della Sardegna.

Il mio intervento ha il titolo “A lezione dal Coronavirus: i parametri della psicologia dell’emergenza”.

Venerdi 24 e sabato 25 settembre 2021.

Povertà e cibi ipercalorici

panino-ontoPovertà e cibi ipercalorici

di Martina Zuliani

Spesso vediamo come, nelle società avanzate, vi siano differenze nell’alimentazione delle diverse classi sociali. Il cibo prodotto in catene di massa, largamente industrializzato e contenente conservanti, coloranti, aromi artificiali e, nel caso dei prodotti di derivazione animale, anche antibiotici, sono spesso venduti a prezzi ridotti, diventando così un’attrattiva per le classi meno abbienti.

Tendiamo dunque ad affermare che la diffusa obesità tra le persone economicamente svantaggiate sia dovuta solamente al non potersi permettere cibi più salutari.

Due studi effettuato da Boyka Bratanova, Steve Loughnan, Olivier Klein, Almudena Claassen e Robert Wood ed effettuato nell’Università di St. Andrew, Regno Unito, dimostrano però come vi siano ulteriori fattori che determinano l’assunzione di calorie nelle diverse classi sociali.

Le ipotesi di partenza dei ricercatori erano che la condizione di povertà portasse le persone a consumare maggiori quantità di calorie in via preventiva e che la percezione della disuguaglianza di classe portasse sia le persone più svantaggiate che quelle più avvantaggiate a soffrire di ansia e stress e, conseguentemente, a consumare più cibo.

Il primo studio

Nel primo studio vennero coinvolti 54 studenti universitari, con un’età media di 20 anni e di cui 28 ragazze. Essi vennero fatti accomodare in cubicoli separati e vennero informati del fatto che avrebbero preso parte a due studi, uno sulla percezione del benessere nella società e l’altro sul consumo di snack durante le attività ricreative.

All’inizio dell’esperimento vennero raccolti i dati demografici, sul benessere economico della famiglia e sul livello di fame dei partecipanti. Gli studenti si videro poi assegnare un brano da leggere. Vennero casualmente assegnati brani sul benessere della società o sulla sua povertà. Venne poi chiesto di descrivere i brani letti. Inoltre venne chiesto ai partecipanti di nominare due oggetti in loro possesso che li facessero sentire benestanti o poveri e due che li facessero sentire privilegiati o svantaggiati rispetto alle altre persone. Infine venne somministrato un questionario per misurare l’ansia da ineguaglianza focalizzato sulla percezione che i terzi hanno riguardo ai partecipanti.

Nella seconda parte dell’esperimento, i partecipanti vennero invitati a guardare due brevi documentari sulla natura. Durante il primo documentario, ciascun partecipante si vide offrire un piatto contenente 100 gr di cracker, nel secondo uno contenente 150 gr di cioccolata. Venne infine loro chiesto di valutare il gusto degli snack ricevuti.

I risultati dell’esperimento dimostrano come coloro che avevano letto il brano che descriveva la povertà insita nella società consumarono più calorie e apprezzarono maggiormente la cioccolata. Inoltre, coloro che nel questionario sulla percezione altrui avevano dimostrato di essere stressati riguardo alla loro posizione di benessere consumarono più calorie rispetto agli altri.

 Il secondo studio

Nel secondo studio vennero coinvolti 93 studenti con un’età media di 20 anni e di cui 63 ragazze. L’obiettivo era misurare se una persona consumasse più calorie dopo essere stata convinta di essere più povera, più ricca o economicamente uguale agli altri. Come prima cosa fu inviato un questionario ai partecipanti per misurare il loro desiderio di appartenenza e di essere accettati, da compilarsi prima dell’arrivo in laboratorio. All’arrivo, gli studenti vennero fatti accomodare in cubicoli separati e informati del fatto che avrebbero partecipato a due studi, uno esaminante la percezione personale della propria situazione finanziaria, con discussione di gruppo finale, e una sul consumo di cibo durante le attività ricreative.

Si procedette quindi a registrare i dati anagrafici dei partecipanti ed il loro livello di fame, dopodiché venne amministrato loro un questionario sulla loro possibilità o meno di permettersi l’acquisto di cibi e vestiti da essi graditi, nonché il potersi pagare attività ricreative e di svago. Alla fine del questionario venne ricordato agli studenti che un dibattito avrebbe seguito l’esperimento. Successivamente, i ricercatori comunicarono ad ogni partecipante come esso fosse economicamente svantaggiato, avvantaggiato o mediamente uguale agli altri. La categorizzazione venne effettuata a caso. Venne poi assegnato il compito di scrivere un paragrafo esprimente le aspettative riguardanti il dibattito e di descrivere il proprio livello di apprensione rispetto ad esso.

A questo punto fu comunicato che lo studio sul consumo di cibo avrebbe preceduto il dibattito. I partecipanti guardarono un documentario sulla natura e venne loro fornito un piatto contenente 100 gr di cracker al formaggio e 150 gr di cioccolata.

I risultati ottenuti dimostrarono come coloro che erano stati definiti poveri rispetto agli altri dalla randomizzazione post questionario dimostrarono un livello di ansia elevato rispetto al dibattito e consumarono maggiori calorie. La stessa cosa avvenne per coloro che si erano dichiarati limitati nel potersi permettere svaghi e acquisti durante il questionario.

I risultati

Vediamo dunque come non sia solo l’economicità dei cibi spazzatura a causare un aumento del consumo di calorie nelle classi più povere, ma che vi siano anche fattori psicologici, quali l’ansia, e fattori istintivi, quali l’accumulo di calorie in vista di tempi più duri, ad aumentare il rischio obesità nelle classi meno abbienti.

La stessa ansia sociale si dimostra inoltre causa di elevato consumo di calorie anche per coloro che si trovino in posizioni di benessere e che percepiscano l’incertezza del loro futuro di successo.

Sicuramente il primo passo per combattere l’obesità è quello di garantire l’accesso al cibo sano per tutti, ma conoscenza di certi meccanismi psicologici può aiutarci nel comprendere meglio alcune cause dell’alimentazione incorretta e a creare nuovi modelli per prevenirla.

Disabile in emergenza

disabile in emergenzaDisabile in emergenza

di Antonio Zuliani

La persona disabile trova particolari difficoltà nelle situazioni di emergenza anche perché chi si occupa del soccorso spesso non ha idea dei suoi bisogni e di come comportarsi con lui. Ecco i risultati di un’importante ricerca in questo campo.

 L’attenzione al disabile in emergenza è ben poco presente nella letteratura internazionale. Se a fatica si sta facendo strada una normativa tecnica atta a garantire al disabile una situazione di sicurezza sul posto di lavoro, non c’è altrettanta attenzione sul rapporto che il disabile vive con le situazioni di emergenza e su quello che l’operatore che interviene può fare per supportarlo.

Esiste un bel lavoro curato dal Stefano Zanut del Dipartimento dei Vigile del Fuoco sulle manovre da mettere in atto, mentre sugli atteggiamenti da assumere c’è ben poco.

In linea di massima si può affermare che sia più utile non aiutare un disabile senza prima avergli chiesto se lo desidera o no. Tale affermazione può sembrare in contrasto con una situazione di emergenza nella quale il tempo e/o il desiderio dei singoli di essere tratti in salvo appaiono aspetti molto lontani dalla realtà determinata dalla situazione di pericolo.
Si tratta, in ogni caso, di mantenere tale idea sullo sfondo di ogni decisione e di ogni intervento da prendere in queste circostanze. Molti disabili hanno conservato o raggiunto un elevato grado di autonomia e sono fieri di essere indipendenti.

E’ nell’interesse dello stesso soccorritore favorire la messa in atto di questa autonomia per ottenere maggior collaborazione, per compiere quelle manovre sulla persona che fossero necessarie nel modo più efficace possibile, anche per diminuire la propia fatica durante l’intervento.
L’attenzione principale è quella di essere in grado di comunicare e di rassicurare il disabile utilizzando un messaggio che da un lato comprenda le sue necessità rispetto alla situazione in atto e dall’altro lato sia in grado di fornirgli le indicazioni fondamentali circa le azioni da intraprendere.

La difficoltà per il soccorritore può consistere nel trattare il disabile come una persona normale vincendo perplessità ed imbarazzi che possono rendere complesso il dialogo reciproco. Un dialogo che rimane di fondamentale importanza, perché sarà il più delle volte il disabile stesso a poter fornire le indicazioni più giuste per poter essere aiutato. Non è, infatti, pensabile che ogni soccorritore sappia cosa deve essere fatto a fronte di ogni forma di disabilità che incontra nel suo lavoro.

Queste possono essere delle indicazioni di massima, ma certamente sarà necessario produrre degli studi più approfonditi sulla situazione che si trova a vivere il disabile nelle situazioni di emergenza.

Da parte sua StudioZuliani ha prodotto una ricerca in merito.

Le guerre tribali moderne

Guerre-tribali-moderneLe guerre tribali moderne

di Ilwana Klinke

Com‘è possibile che in un Paese democratico e sviluppato, padri di famiglia, anziani e donne inizino ad avere atteggiamenti rabbiosi, offensivi e invadenti, fino a commettere dei danni materiali e prendersela con i membri di un altro gruppo come se si stessero sviluppando delle guerre tribali moderne? Succede, in effetti, che persone comuni finiscano sui giornali, in seguito ad atteggiamenti violenti nei confronti di un’altra comunità di persone. Loro stessi, come pure gli amici, i vicini, i malcapitati spettatori, si chiederanno successivamente, come si è potuto arrivare a tanto e che cosa abbia potuto scatenare tale aggressività in persone considerate “normali” e del solito assai pacifici.

Un esperimento

Un esperimento sociale su come si possano sviluppare guerre tribali moderne (Robbers Cave) di M. Sherif potrà darci qualche indicazione più che interessante a tal proposito. La ricerca si svolse nel 1954 con dodicenni di razza bianca, provenienti dalla classe media americana di fede protestante. Furono scelti 22 ragazzi che non si conoscevano tra di loro. Vennero distribuiti arbitrariamente in due gruppi. In una prima fase le due squadre furono tenute separate e ignoravano l’esistenza dell’altro gruppo. L’esperimento si svolse in un grande campo scout, dove i ragazzi facevano attività fisica, come nuoto e camminate, per creare uno spirito di gruppo. Ai ragazzi veniva chiesto di scegliere un nome per il loro gruppo (nome che veniva poi scritto anche sulle loro magliette) e di fabbricare una bandiera. La prima settimana i due gruppi non s’incontrarono mai. I ricercatori si limitarono ad osservare i ragazzi e intervenivano solo per lo stretto necessario.

Dopo una settimana, si decise di radunare i due gruppi, continuando con le attività e i giochi, ma stavolta si puntava sulla competizione. I membri della squadra vincente ricevettero tutti un premio, mentre i perdenti, se ne andarono con le mani vuote. Non erano previsti premi di consolazione, anzi, ad un certo punto, i ricercatori si erano perfino arrangiati per far giungere uno dei gruppi in ritardo a uno dei pasti, in modo che i primi arrivati spazzolarono via il cibo appositamente razionato dagli adulti. I ritardatari rimasero quindi con la pancia vuota. Tutto ciò, avvelenava pian piano l’ambiente e i ragazzi diventarono sempre più aggressivi. All’inizio le frustrazioni e la rabbia vennero espressi solo all’interno del proprio gruppo d’appartenenza. Poi i ragazzi cominciarono ad aggredire verbalmente gli avversari. Infine passavano agli atti e rovesciarono i letti, rubarono effetti personali e uno dei gruppi decise di bruciare la bandiera dei rivali. Tutto ciò in meno di una settimana. Un incremento di violenza che alcuni non si sarebbero aspettati, anche perché la settimana precedente questi stessi ragazzi convivevano in modo del tutto pacifico. Sherif attribuisce la causa di tale comportamento all’ambiente competitivo e alle risorse limitate.

Conclusioni

Al contrario di quello che in tanti pensano, l’aggressività può scatenarsi anche in persone del solito pacifiche e “normali”. Non bisogna essere né un piccolo bullo, né avere un passato pesante alle spalle. E’ altrettanto intrigante vedere la facilità con cui si riesce a manipolare le persone e tirar fuori un’aggressività latente. Difatti, chi teneva in mano i fili erano i ricercatori. Con poche mosse, senza intervenire direttamente sui rapporti dei giovani partecipanti, hanno trasformato dei ragazzi pacifici in “piccoli mostri”. Questo fatto dovrebbe farci riflettere. Prima di prendersela con un altro gruppo, sarebbe giudizioso capirne la vera causa, oppure analizzare se non si viene in qualche modo manipolato. L’aggressività è poi raramente la miglior soluzione, solo la più veloce. Spesso si agisce d’impulso invece di guardare alla situazione con un certo distacco. Riguardo alle critiche, e lasciando da parte l’aspetto etico e deontologico*, si potrebbe infatti sostenere che la situazione creata non corrispondeva alla realtà, poiché è difficile trovare gruppi così omogenei (ragazzi di 12 anni dello stesso ambiente socioculturale) che convivono in un ambiente chiuso senza contatto con altri membri della società. I ricercatori avrebbero, in effetti, dovuto tener conto dell’influenza che avrebbe potuto avere un adulto oppure la presenza di ragazze all’interno dei due gruppi.

Critica forse non più del tutto attuale poiché, oggigiorno, il mondo virtuale, si avvicina talvolta parecchio a questo modello. Esistono gruppi sul web che evolvono proprio tra di loro in un ambiente molto chiuso. La chiusura di un gruppo non permette ai suoi membri di visualizzare l’accaduto da un altro punto di vista, magari più distaccato. Sarebbe quindi giudizioso vegliare perché le comunità siano aperte e non lasciate troppo a se stesse. Infine, se i due gruppi avessero legato e si fossero sostenuti a vicenda, avrebbero probabilmente passato una vacanza più valorizzante. Lo spirito competitivo e le poche risorse non dovrebbero escludere la solidarietà sociale laddove possibile. * I ragazzi non furono informati che si trattava di un esperimento. Successivamente i ragazzi e le famiglie non sono stati aiutati e seguiti per elaborare il vissuto.

Avversione alla perdita

avversione alla perditaAvversione alla perdita

di Antonio Zuliani

L’avversione alla perdita (loss aversion) è un meccanismo mentale per cui le persone sono sensibili alla perdita piuttosto che alla vincita della stessa cifra. Si tratta dello stesso processo psichico per cui è molto più facile accumulare le cose piuttosto che abbandonarle: aspetto ben noto ai collezionisti. Tra l’altro spesso questa avversione alla perdita si allea con un altro terribile meccanismo che potremmo definire l’obbligo alla coerenza. Probabilmente è proprio questo che sta alla base del gioco dell’ “asta dei 20 euro” messo a punto del prof Bazerman della Harvard Business School (ovviamente in dollari).

In sostanza il gioco è questo: viene messa all’asta una banconota da 20 euri sulla base di tre regole:

  • i rilanci consentiti sono di un euro alla volta;
  • chi offre la cifra più alta si aggiudica l’asta e ha la banconota senza dover pagare nulla;
  • chi si classifica secondo, cioè ha offerto la cifra immediatamente inferiore, dovrà versarla al banditore.

Il fenomeno che il professor Bazerman ha osservato è che quando le offerte si avvicinano alla cifra di 20 euro i partecipanti rimasti si fanno più accaniti e quando la corre offerte superano i 20 euro nessuno sembra disposto a fermarsi, attanagliato sia dall’avversione alla perdita sia dall’obbligo alla coerenza, arrivando a offrire e poi a perdere cifre rilevanti. Perché alla fine c’è sempre qualcuno che vince, e intasca gratuitamente i 20 euro, e che perde, e versa l’ultima offerta che ha fatto. Il fatto è che, di fronte ad una perdita possibile, si attiva subito l’Amigdala e sono solo le conoscenze e le consapevolezze della corteccia perforate che possono sottrarci al tranello di affidarsi all’Amigdala invece che alla matematica. L’autoconsapevolezza di quello che si sta provando diviene essenziale. Al di là del giochetto presentato, la dinamiche innescata è la stessa presente in scenari economici e politici, dove l’avversione alla perdita e il fenomeno della rivalsa fanno si che prevalgano le dinamiche emotive. Esse spingono alla ricerca della vittoria che si trasforma in sconfitta. Si tratta di meccanismi molto noti in chi si occupa di gioco d’azzardo.