PdE 65

In questo numero di PdE:

– Le parole per dirlo

– Luoghi di lavoro ed emicrania: progettare l’ambiente come facilitatore in esercizio e in emergenza

– Come cambia la cultura in azienda: impatto e potere trasformativo dei nuovi modi di lavorare

– Quando il cambiamento ti è vicino

 

Le tre bambole

Le tre bambole

Le metafora delle tre bambole è un modo per leggere efficacemente il tema delle resilienza.

Non è semplice affrontare la quotidianità del cambiamento in atto. Anche se possiamo fare affidamento su quella che abbiano chiamato nostra storia personale e le esperienze vissute ci accade di trovarci in difficoltà a fronte di tanti eventi della vita.

Per esplicitare questo tema Elwyn haelaborato la metafora delle tre bambole (1992).

Tre bambole sono costruite di materiali diversi: una di vetro, una di plastica e una di acciaio. Se le stesse subiscono un colpo di martello della stessa forza, l’impatto di questo sarebbe diverso per ciascuna bambola; quella di vetro si frantumerebbe in mille piccoli pezzi, la bambola di plastica rimarrebbe segnata da una cicatrice permanente e, infine, quella di acciaio rimarrebbe illesa, senza subire alcun effetto.

Questo fa pensare che sia decisivo il materiale con il quale sono costruite le tre bambole. Per analogia siamo indotti e pensare che esistono persone di “ac­ciaio”, invulnerabili a ogni evento di vita, e quelle di “vetro” destinate a rompersi al primo colpo. Una metafora inquietante.

Michel Manciaux ha riproposto la metafora delle tre bambole sottolineando che la capacità di resilienza di un individuo non dipende solo da caratteristiche personali, ma è il risultato dell’interazione di più fat­tori. Vediamone i principali:

L’intensità della forza della caduta

 Se la bambola scivola o viene scara­ventata a terra cambia tutto. Non solo la forza dell’evento, ma anche la sua durata. Questo vale anche per le esperienze negative che viviamo e avranno un impatto diverso sul nostro benessere futuro.

Il materiale di cui è costituita la bambola

Ovvero le risorse in­terne che abbiamo a disposizione. I nostri punti di debolezza, già importanti durante la “caduta”, lo sono ancor di più nella possibilità di “risalita”.

La natura del “suolo”

Cambia che sia di piume, sabbia o ce­mento. In maniera analoga è essenziale la presenza o meno di figure di rife­rimento capaci di fornire relazioni di aiuto efficaci.

Ecco allora che il contesto nel quale siamo inseriti diviene determinante, come le relazioni con le persone che incontriamo: come supporto alle difficoltà.

 

Sul tema del post ecco un documento più approfondito.

Parole utilizzate

Parole utilizzate

Le parole non sono mai neutre nel descrivere una situazione, siano esse scritte o pronunciate, tanto da risultare decisive per le reazioni che provocano. Ovviamente, sempre che sia chiaro e condiviso il contesto all’interno del quale vengono utilizzate e dello specifico significato che vengono ad assumere.

Vediamo due esempi tratti da due pilastri della letteratura italiana, ma lo stesso varrebbe per ogni contesto relazionale.

Alessandro Manzoni (I promessi sposi)

“La sventurata rispose”, sono le parole con le quali Manzoni tratteggia l’inizio dei rapporti tra Geltrude e Egisto. In quel “sventurata” c’è sia la condanna sia la compassione che lo scrittore manifesta per la futura monaca di Monza.

Edmondo De Amicis (Cuore)

Solo condanna troviamo in quel “E l’infame sorrise” con cui De Amicis descrive la reazione di Franti quando la madre visita la scuola e ha un colloquio con il direttore. Una reazione così particolare che il direttore stesso concluderà l’incontro con un’altra frase di condanna senza appello: con il melodrammatico; “Franti, tu uccidi tua madre.

Come detto, non contano solo le parole, ma anche il fatto che le stesse acquisiscono un significato specifico perché la visione morale tra gli scrittori, che le scrivono, e i loro lettori è sostanzialmente la stessa.

Attenzione ai contesti

Quanto affermato mostra come le stesse parole cambierebbero di significato se fossero pronunciate in un contesto sociale e morale diverso. Di questo occorre tenere debitamente conto per un’efficace comunicazione che punti alla chiarezza non solo del linguaggio, ma anche del significato implicito della comunicazione.

Se le parole “la sventurata rispose” fossero state utilizzate da Alessandro Manzoni come il prologo alla sceneggiatura di un film hard, la parola “sventurata” acquisterebbe ben altro significato. Analogamente accadrebbe a De Amicis, visto che quanto detto da Franti acquisterebbe un valore ben diverso se visto alla luce di quell’incontro con la madre visto sotto i connotati di un racconto Kitsch.

Correlazioni note: please

Correlazioni note: please

Di fronte a ogni situazione che incontriamo il nostro cervello cerca correlazioni note e rassicuranti.

Un meccanismo che punta a risparmiare energia e a rassicurare sul fatto che non sta accadendo nulla di ignoto e verso il quale non abbiamo strumenti per affrontarlo.

Nell’articolo, pubblicato per Confprofessioni, abbiamo parlato di questo fenomeno partendo da un esempio letterario. Il racconto di fantascienza  Sentry di Fredirc Bown.

Per leggere l’articolo clicca qui

Psicologia in emergenza

Psicologia in emergenza

Psicologia in emergenza.

Un evento dedicato alla riflessione sulla “psicologia in emergenza” promosso dall’Ordine degli Psicologi della Sardegna.

Il mio intervento ha il titolo “A lezione dal Coronavirus: i parametri della psicologia dell’emergenza”.

Venerdi 24 e sabato 25 settembre 2021.

Povertà e cibi ipercalorici

panino-ontoPovertà e cibi ipercalorici

di Martina Zuliani

Spesso vediamo come, nelle società avanzate, vi siano differenze nell’alimentazione delle diverse classi sociali. Il cibo prodotto in catene di massa, largamente industrializzato e contenente conservanti, coloranti, aromi artificiali e, nel caso dei prodotti di derivazione animale, anche antibiotici, sono spesso venduti a prezzi ridotti, diventando così un’attrattiva per le classi meno abbienti.

Tendiamo dunque ad affermare che la diffusa obesità tra le persone economicamente svantaggiate sia dovuta solamente al non potersi permettere cibi più salutari.

Due studi effettuato da Boyka Bratanova, Steve Loughnan, Olivier Klein, Almudena Claassen e Robert Wood ed effettuato nell’Università di St. Andrew, Regno Unito, dimostrano però come vi siano ulteriori fattori che determinano l’assunzione di calorie nelle diverse classi sociali.

Le ipotesi di partenza dei ricercatori erano che la condizione di povertà portasse le persone a consumare maggiori quantità di calorie in via preventiva e che la percezione della disuguaglianza di classe portasse sia le persone più svantaggiate che quelle più avvantaggiate a soffrire di ansia e stress e, conseguentemente, a consumare più cibo.

Il primo studio

Nel primo studio vennero coinvolti 54 studenti universitari, con un’età media di 20 anni e di cui 28 ragazze. Essi vennero fatti accomodare in cubicoli separati e vennero informati del fatto che avrebbero preso parte a due studi, uno sulla percezione del benessere nella società e l’altro sul consumo di snack durante le attività ricreative.

All’inizio dell’esperimento vennero raccolti i dati demografici, sul benessere economico della famiglia e sul livello di fame dei partecipanti. Gli studenti si videro poi assegnare un brano da leggere. Vennero casualmente assegnati brani sul benessere della società o sulla sua povertà. Venne poi chiesto di descrivere i brani letti. Inoltre venne chiesto ai partecipanti di nominare due oggetti in loro possesso che li facessero sentire benestanti o poveri e due che li facessero sentire privilegiati o svantaggiati rispetto alle altre persone. Infine venne somministrato un questionario per misurare l’ansia da ineguaglianza focalizzato sulla percezione che i terzi hanno riguardo ai partecipanti.

Nella seconda parte dell’esperimento, i partecipanti vennero invitati a guardare due brevi documentari sulla natura. Durante il primo documentario, ciascun partecipante si vide offrire un piatto contenente 100 gr di cracker, nel secondo uno contenente 150 gr di cioccolata. Venne infine loro chiesto di valutare il gusto degli snack ricevuti.

I risultati dell’esperimento dimostrano come coloro che avevano letto il brano che descriveva la povertà insita nella società consumarono più calorie e apprezzarono maggiormente la cioccolata. Inoltre, coloro che nel questionario sulla percezione altrui avevano dimostrato di essere stressati riguardo alla loro posizione di benessere consumarono più calorie rispetto agli altri.

 Il secondo studio

Nel secondo studio vennero coinvolti 93 studenti con un’età media di 20 anni e di cui 63 ragazze. L’obiettivo era misurare se una persona consumasse più calorie dopo essere stata convinta di essere più povera, più ricca o economicamente uguale agli altri. Come prima cosa fu inviato un questionario ai partecipanti per misurare il loro desiderio di appartenenza e di essere accettati, da compilarsi prima dell’arrivo in laboratorio. All’arrivo, gli studenti vennero fatti accomodare in cubicoli separati e informati del fatto che avrebbero partecipato a due studi, uno esaminante la percezione personale della propria situazione finanziaria, con discussione di gruppo finale, e una sul consumo di cibo durante le attività ricreative.

Si procedette quindi a registrare i dati anagrafici dei partecipanti ed il loro livello di fame, dopodiché venne amministrato loro un questionario sulla loro possibilità o meno di permettersi l’acquisto di cibi e vestiti da essi graditi, nonché il potersi pagare attività ricreative e di svago. Alla fine del questionario venne ricordato agli studenti che un dibattito avrebbe seguito l’esperimento. Successivamente, i ricercatori comunicarono ad ogni partecipante come esso fosse economicamente svantaggiato, avvantaggiato o mediamente uguale agli altri. La categorizzazione venne effettuata a caso. Venne poi assegnato il compito di scrivere un paragrafo esprimente le aspettative riguardanti il dibattito e di descrivere il proprio livello di apprensione rispetto ad esso.

A questo punto fu comunicato che lo studio sul consumo di cibo avrebbe preceduto il dibattito. I partecipanti guardarono un documentario sulla natura e venne loro fornito un piatto contenente 100 gr di cracker al formaggio e 150 gr di cioccolata.

I risultati ottenuti dimostrarono come coloro che erano stati definiti poveri rispetto agli altri dalla randomizzazione post questionario dimostrarono un livello di ansia elevato rispetto al dibattito e consumarono maggiori calorie. La stessa cosa avvenne per coloro che si erano dichiarati limitati nel potersi permettere svaghi e acquisti durante il questionario.

I risultati

Vediamo dunque come non sia solo l’economicità dei cibi spazzatura a causare un aumento del consumo di calorie nelle classi più povere, ma che vi siano anche fattori psicologici, quali l’ansia, e fattori istintivi, quali l’accumulo di calorie in vista di tempi più duri, ad aumentare il rischio obesità nelle classi meno abbienti.

La stessa ansia sociale si dimostra inoltre causa di elevato consumo di calorie anche per coloro che si trovino in posizioni di benessere e che percepiscano l’incertezza del loro futuro di successo.

Sicuramente il primo passo per combattere l’obesità è quello di garantire l’accesso al cibo sano per tutti, ma conoscenza di certi meccanismi psicologici può aiutarci nel comprendere meglio alcune cause dell’alimentazione incorretta e a creare nuovi modelli per prevenirla.

Disabile in emergenza

disabile in emergenzaDisabile in emergenza

di Antonio Zuliani

La persona disabile trova particolari difficoltà nelle situazioni di emergenza anche perché chi si occupa del soccorso spesso non ha idea dei suoi bisogni e di come comportarsi con lui. Ecco i risultati di un’importante ricerca in questo campo.

 L’attenzione al disabile in emergenza è ben poco presente nella letteratura internazionale. Se a fatica si sta facendo strada una normativa tecnica atta a garantire al disabile una situazione di sicurezza sul posto di lavoro, non c’è altrettanta attenzione sul rapporto che il disabile vive con le situazioni di emergenza e su quello che l’operatore che interviene può fare per supportarlo.

Esiste un bel lavoro curato dal Stefano Zanut del Dipartimento dei Vigile del Fuoco sulle manovre da mettere in atto, mentre sugli atteggiamenti da assumere c’è ben poco.

In linea di massima si può affermare che sia più utile non aiutare un disabile senza prima avergli chiesto se lo desidera o no. Tale affermazione può sembrare in contrasto con una situazione di emergenza nella quale il tempo e/o il desiderio dei singoli di essere tratti in salvo appaiono aspetti molto lontani dalla realtà determinata dalla situazione di pericolo.
Si tratta, in ogni caso, di mantenere tale idea sullo sfondo di ogni decisione e di ogni intervento da prendere in queste circostanze. Molti disabili hanno conservato o raggiunto un elevato grado di autonomia e sono fieri di essere indipendenti.

E’ nell’interesse dello stesso soccorritore favorire la messa in atto di questa autonomia per ottenere maggior collaborazione, per compiere quelle manovre sulla persona che fossero necessarie nel modo più efficace possibile, anche per diminuire la propia fatica durante l’intervento.
L’attenzione principale è quella di essere in grado di comunicare e di rassicurare il disabile utilizzando un messaggio che da un lato comprenda le sue necessità rispetto alla situazione in atto e dall’altro lato sia in grado di fornirgli le indicazioni fondamentali circa le azioni da intraprendere.

La difficoltà per il soccorritore può consistere nel trattare il disabile come una persona normale vincendo perplessità ed imbarazzi che possono rendere complesso il dialogo reciproco. Un dialogo che rimane di fondamentale importanza, perché sarà il più delle volte il disabile stesso a poter fornire le indicazioni più giuste per poter essere aiutato. Non è, infatti, pensabile che ogni soccorritore sappia cosa deve essere fatto a fronte di ogni forma di disabilità che incontra nel suo lavoro.

Queste possono essere delle indicazioni di massima, ma certamente sarà necessario produrre degli studi più approfonditi sulla situazione che si trova a vivere il disabile nelle situazioni di emergenza.

Da parte sua StudioZuliani ha prodotto una ricerca in merito.