Tutori della resilienza

Tutori della resilienza

La resilienza rappresenta un sostegno formidabile per affrontare i processi di cambiamento che quotidianamente ci troviamo ad affrontare nella vita e nella stessa organizzazione del lavoro, riuscendo ad uscirne rafforzati.

Come abbiamo già scritto la resilienza ci fornisce la possibilità di essere protagonisti e non vittime del cambiamento.

Sostenere la resilienza

La resilienza non è una dote genetica, né, tanto meno scontata per tutta la vita. Anche se vi sono persone che, per le esperienze e le relazioni personali vissute, la rafforzano o possono arrivare a indebolirla.

Tutori della resilienza

Vi sono delle situazioni e delle persone che nella vita assumono il ruolo di essere tutori della nostra resilienza.

Come vedremo nel contributo di approfondimento allegato e nel video di presentazione si tratta di un ruolo delicato, giocato fondamentalmente nella direzione di promuovere il senso di auto-efficacia di ognuno. Favorendo la possibilità di abbandonare l’immagine di sé come “incapace” per scoprirci “capaci di”, esprimendo capacità e talenti che pensavamo inutili o disattivati.

Essere Tutori della resilienza non significa assumere il ruolo di chi indaga sulle vicende accadute e individua le soluzioni migliori, magari attraverso un percorso preconfezionato. Quanto piuttosto nell’attenzione di “stare in ascolto” dei bi­sogni specifici delle persone, per pianificare interventi che possano “calzare a pennello” su ciascuno ed essere realmente utili ed efficaci.

Come divenire tutori della resilienza

Non esiste una scuola o un corso formativo per divenire tutori della resilienza. Si tratta di un processo collaborativo, integrato, i cui diverse persone agiscono assieme al fine di co-costruire un modello inclusivo e trasversale a favore di persone che stanno attraversando un momento difficile della propria vita.

La chiave sta proprio qui: ascoltare l’altro senza prevenzioni e schemi di lettura preconfezionati. Si tratta di una delle imprese umane più difficili: per questo motivo, anche su questo aspetto torneremo!

Altruismo

Altruismo

Il tema dell’altruismo attraversa tutta la riflessione moderna, ma sta mostrando la sua rilevanza anche a fronte delle risposte che singoli e comunità stanno dando al Covid 19, alla guerra in Ucraina e alla crisi economica.

 Una visione psicologica

L’altruismo è visibile fin dai primi anni di vita, come atteggiamento innato: i neonati entrano in risonanza con il pianto degli altri neonati, come si trattasse di una sorta di contagio emotivo. Successivamente, il bambino, nella sua evoluzione cerca di immedesimarsi negli altri e in particolare con le persone che soffrono.

Non è solamente condividere il dolore, ma capire come l’altro vede il mondo.

Quando le persone, oltre a badare a sé stesse, riescono anche a mettersi nei panni degli altri sono più inclini a offrire aiuto e conforto.

 Il ruolo dell’educazione

Queste attitudini risentono del tipo di cultura in cui si vive e dell’educazione che si riceve fin dall’infanzia. La sorte del potenziale altruista, piuttosto che la caduta in comportamenti violenti e aggressivi è fortemente legata alle esperienze che insegnano al bambino a non curarsi soltanto di sé stesso.

L’aspetto importante è far sentire al bambino perché l’altruismo sia desiderabile.

 Il ruolo dell’esempio

In generale, l’esempio risulta più efficace delle spiegazioni, e continua ad avere un impatto negli anni successivi, dato che i bambini orientano gusti e comportamenti sui modelli che trovano nel loro ambiente di vita. Pensarsi come persone capaci di aiutare alimenta quella sicurezza e quell’immagine di sé che spingono a intervenire, senza remore, ogni qual volta è necessario. Calarsi in altri ruoli e scambiarli, «fare la parte di», sono giochi che i bambini fanno volentieri e che li aiutano a entrare nella pelle dell’altro. Aspetti che poi sono fondamentali per vivere positivamente anche i fallimenti della vita, sviluppando quella che chiamiamo resilienza. Si tratta di un’esperienza sociale che apre alla speranza che, quando io ne avrò bisogno, ci sarà qualcuno che si occuperà di me.

Un articolo di approfondimento sul tema dell’altruismo

 

Le tre bambole

Le tre bambole

Le metafora delle tre bambole è un modo per leggere efficacemente il tema delle resilienza.

Non è semplice affrontare la quotidianità del cambiamento in atto. Anche se possiamo fare affidamento su quella che abbiano chiamato nostra storia personale e le esperienze vissute ci accade di trovarci in difficoltà a fronte di tanti eventi della vita.

Per esplicitare questo tema Elwyn haelaborato la metafora delle tre bambole (1992).

Tre bambole sono costruite di materiali diversi: una di vetro, una di plastica e una di acciaio. Se le stesse subiscono un colpo di martello della stessa forza, l’impatto di questo sarebbe diverso per ciascuna bambola; quella di vetro si frantumerebbe in mille piccoli pezzi, la bambola di plastica rimarrebbe segnata da una cicatrice permanente e, infine, quella di acciaio rimarrebbe illesa, senza subire alcun effetto.

Questo fa pensare che sia decisivo il materiale con il quale sono costruite le tre bambole. Per analogia siamo indotti e pensare che esistono persone di “ac­ciaio”, invulnerabili a ogni evento di vita, e quelle di “vetro” destinate a rompersi al primo colpo. Una metafora inquietante.

Michel Manciaux ha riproposto la metafora delle tre bambole sottolineando che la capacità di resilienza di un individuo non dipende solo da caratteristiche personali, ma è il risultato dell’interazione di più fat­tori. Vediamone i principali:

L’intensità della forza della caduta

 Se la bambola scivola o viene scara­ventata a terra cambia tutto. Non solo la forza dell’evento, ma anche la sua durata. Questo vale anche per le esperienze negative che viviamo e avranno un impatto diverso sul nostro benessere futuro.

Il materiale di cui è costituita la bambola

Ovvero le risorse in­terne che abbiamo a disposizione. I nostri punti di debolezza, già importanti durante la “caduta”, lo sono ancor di più nella possibilità di “risalita”.

La natura del “suolo”

Cambia che sia di piume, sabbia o ce­mento. In maniera analoga è essenziale la presenza o meno di figure di rife­rimento capaci di fornire relazioni di aiuto efficaci.

Ecco allora che il contesto nel quale siamo inseriti diviene determinante, come le relazioni con le persone che incontriamo: come supporto alle difficoltà.

 

Sul tema del post ecco un documento più approfondito.

Complottismo

Complottismo

lLa tendenza al complottismo non è certo nuova e in ogni stagione trova le sue manifestazioni.

 Il ruolo dell’ansia

L’American Psychiatric Association ha riscontrato un collegamento tra la tendenza al complottismo e l’ansia nei confronti dei temi che ci riguardano direttamente. Dalla salute, alla sicurezza, dalla situazione economica, alla politica e fino alle difficoltà nelle relazioni interpersonali.

 Meccanismi mentali

Alcuni meccanismi mentali che appartengono a tutti noi funzionano da supporto al fenomeno del complottismo e che fanno parte del modo in cui funzioniamo:

  • Bias di conferma, che consiste nel ricercare, selezionare e interpretare le informazioni che ci arrivano in modo da porre la maggiore attenzione, e di conseguenza attribuire maggiore credibilità, a quelle che confermano le nostre convinzioni e ipotesi preesistenti.
  • Bias del seno di poi, che funziona attraverso la tendenza a essere spinti a ricostruire a posteriori il modo in cui si è svolto un determinato evento; le connessioni tra i vari aspetti vissuti.
  • Dissonanza cognitiva che ci spinge a individuare ogni dato e spiegazione che rafforzi, invece di smentire, le nostre convinzioni.

 Strategie di fronte al complottismo

Le idee complottiste non vanno aggredite perché facendolo rischiamo che la persona che le manifesta senta che, insieme alle sue idee, viene messa in discussione anche la sua identità. Questo la spinge a difendere l’una e l’altra.

Certamente incoraggiare il pensiero analitico aiuta, ma senza che lo stesso arrivi a demolire il bisogno che abbiamo di sentire di avere un senso e una spiegazione verso quello che viviamo.

Non conta il peso del tema che abbiamo davanti.  Quello di cui tutti abbiamo bisogno è di pensare che nulla avviene per caso e che, comunque possediamo una certa forma di controllo.

Un bisogno che va in ogni caso rispettato senza mai colpevolizzare e ridicolizzare ognuno di noi per le idee che esprime. Una delle strategie più efficaci contro il dilagare del complottismo.

 

Un approfondimento sul tema del complottismo

Resilienza

Resilienza

Il tema delle resilienza, oltre alla celebrità derivante dalle pagine dei giornali, ha una sua rilevanza relativamente alle modalità con le quali affrontiamo il cambiamento.

Cosa significa resilienza

Il termine resilienza viene dalla scienza dei metalli e indica la loro capacità di resistere alle forze che gli vengono applicate, piegandosi senza rompersi.

Analogamente le  persone resilienti riescono, non solo a sopravvivere all’impatto con eventi drammatici e traumatici, ma ne escono addirittura rafforzate. Questo non vale solamente per situazioni estreme, ma anche per cambiamenti significativi che una paersona si trova ad affrontare nella vita, come si può leggere all’interno di un documento di approfondimento di seguito riportato.

Non solo resistenza

Appare del tutto evidente che la resilienza si differenzia dalla resistenza. Un oggetto o una persona, per quanto resistente, prima o poi rischia di rompersi a fronte dell’impatto con un evento più forte di lui.

Non solo, la persona resiliente appare ottimista, capace di leggere gli eventi negativi come momentanei e circoscritti, con  l’idea di avere un margine di controllo sulla propria vita. In questa direzione i cambiamenti rappresentano una sfida e un’oppotunità, piuttrosto che una minaccia.

La reslienza non è tanto un dato scontato o di natura genetica, ma è connessa alle esperienze infantili. Quando sono particolarmente negative, come nel caso di bambini trascurari o discriminati, la strada verso la resilienza diviene particolarmenti difficile.

Tutori della resilienza

Esistono però degli  ampi margini di ripresa perchè nella vita incontriamo quelli che vengogo chiamati tutori della resilienza: di cui parliamo in uno specifico domumento. Già il fatto di aiutare una persona a pianificare il suo futuro, riconoscendo e valorizzando i suoi talenti, divengono tutori della sua resilienza

Resilienza come  ricerca condivisa

Alanogamente condividere con gli altri le difficoltà affrontate ne allegerisce il prso nella prospettiva  fella ricerca comune di una soluzione. In questo senso la resilienza diviene anche un processo sociale, giocata nel campo di una prospettiva altruistica in cui il valore di “capitale sociale” sostiene efficacemente la ricerca di una soluzione personale  ai problemi.

Sul tema della resilienza un documento più approfondito.

Solitudine

Solitudine

L’aumento della solitudine è una caratteristica che pervade la nostra società fine a farla diventare un importante problema di salute pubblica. Per questo motivo abbiamo dedicato un articolo di approfondimento sul tema.

 Cosa significa essere soli

La solitudine può essere definita come la percezione di un isolamento sociale e l’esperienza di essere separati dagli altri. Nella maggior parte di noi può cambiare quando muta lo stato in cui ci troviamo, per esempio quando stringiamo nuove amicizie o avviamo un nuovo rapporto sentimentale.

D’altra parte, vi sono anche persone che, pur vivendo isolati, ne sono perfettamente contenti.

 Solitudine e stadi di vita

Contrariamente a quanto si crede, il periodo dell’anno più solitario per gli anziani non è il Natale, ma l’estate, quando le routine delle famiglie cambiano.

Le persone tendono a essere più colpite dalla solitudine da giovani (sotto i 30 anni) e in tarda età (sopra i 60). Varie ricerche, per esempio, hanno trovato che essere sposati o convivere con qualcuno protegge dalla solitudine, ma questo ha un peso minore nei giovani, non ancora sposati, o negli anziani, tra i quali è comune la vedovanza.

 La solitudine cronica

La «solitudine cronica» significa vivere un isolamento profondo per lunghi periodi, indipendentemente dalle circostanze. Tanto che arriva a determinare uno stile disfunzionale nell’elaborazione delle informazioni sociali (ipervigilanza nei confronti delle minacce esterne), problemi psicologici (depressione) e disadattamento interpersonale (ritiro sociale).

 Ridurre la solitudine

Christopher Masi ha analizzato 20 interventi contro la solitudine su un totale di 50 studi pubblicati tra il 1970 e il 2009. Gli interventi hanno analizzato quattro categorie principali:

  • miglioramento delle competenze sociali delle persone sole,
  • aumento del sostegno sociale,
  • programmi di mentoring, interazione sociale in contesti ricreativi,
  • terapia cognitivo-comportamentale (TCC).

Sono importanti anche iniziative dedicate agli anziani: dagli interventi di mindfulness, ai robot da compagnia fino a programmi per insegnare a usare Skype.

Mettere in relazione gli anziani a volontari di età simile per una serie di visite ha avuto un certo successo nel limitare la solitudine. Come, d’altra parte, aiutarli a valorizzare le capacità apprese nella vita lavorativa per comprendere che erano ancora utili.

Parole utilizzate

Parole utilizzate

Le parole non sono mai neutre nel descrivere una situazione, siano esse scritte o pronunciate, tanto da risultare decisive per le reazioni che provocano. Ovviamente, sempre che sia chiaro e condiviso il contesto all’interno del quale vengono utilizzate e dello specifico significato che vengono ad assumere.

Vediamo due esempi tratti da due pilastri della letteratura italiana, ma lo stesso varrebbe per ogni contesto relazionale.

Alessandro Manzoni (I promessi sposi)

“La sventurata rispose”, sono le parole con le quali Manzoni tratteggia l’inizio dei rapporti tra Geltrude e Egisto. In quel “sventurata” c’è sia la condanna sia la compassione che lo scrittore manifesta per la futura monaca di Monza.

Edmondo De Amicis (Cuore)

Solo condanna troviamo in quel “E l’infame sorrise” con cui De Amicis descrive la reazione di Franti quando la madre visita la scuola e ha un colloquio con il direttore. Una reazione così particolare che il direttore stesso concluderà l’incontro con un’altra frase di condanna senza appello: con il melodrammatico; “Franti, tu uccidi tua madre.

Come detto, non contano solo le parole, ma anche il fatto che le stesse acquisiscono un significato specifico perché la visione morale tra gli scrittori, che le scrivono, e i loro lettori è sostanzialmente la stessa.

Attenzione ai contesti

Quanto affermato mostra come le stesse parole cambierebbero di significato se fossero pronunciate in un contesto sociale e morale diverso. Di questo occorre tenere debitamente conto per un’efficace comunicazione che punti alla chiarezza non solo del linguaggio, ma anche del significato implicito della comunicazione.

Se le parole “la sventurata rispose” fossero state utilizzate da Alessandro Manzoni come il prologo alla sceneggiatura di un film hard, la parola “sventurata” acquisterebbe ben altro significato. Analogamente accadrebbe a De Amicis, visto che quanto detto da Franti acquisterebbe un valore ben diverso se visto alla luce di quell’incontro con la madre visto sotto i connotati di un racconto Kitsch.