Il leader oggi

Il leader oggi

Tutti, oggi, si dichiarano leader, anche se si tratta di una condizione stressante. Un titolo così importante che tutti sono indotti a auto-attribuirselo, o fare in modo che sia il sodale di turno a farlo. Strano, visto che si tratta di una scelta stressante

Non è mia intenzione decidere a chi veranda aspetti questo titolo, ma può essere utile presentare! alcune caratteristiche che contraddistinguono un leader. Starà al singolo lettore decidere.

Due o tre cose sul leader

Sulle caratteristiche di un leader si è scritto molto, in specie da parte di chi vende corsi per e leader. Anche se il modo migliore per imparare é quella di affiancare leader di qualità. Non che i corsi siano inutili, ma vi sono delle caratteristiche innate che non vanno trascurare.

Ambizione,determinazione e capacità di creare consenso

Volendo sintetizzare le caratteristiche di un leader (anche sulla base di quelli che ho avuto la fortuna di conoscere) sintetizzerei il tutto in tre caratteristiche: ambizione, determinazione e capacità di creare consenso portandosi dietro anche altri leader.

Motivazione, un’idea chiara su cosa si vuole fare e con chi. In altre parole una visione, la motivazione a perseguirla nel modo giusto e con le persone giuste. Come uno sgabello a tre gambe o un triangolo in cui tutte le componenti sono essenziali.

Un leader non può essere solo

Una caratteristica fondamentale del leader é quella di empatizzare con gli altri, fuori da ogni tentazione di utilizzare vie autoritarie. Una tentazione, quella dell’ autoritarismo, che rischia di farlo rimanere solo. Sull’importanza delle scelta e dei ruoli dei collaboratori si rimanda al video il viaggio dell’eroe.

La leadership di gruppo

Consideriamo che la leadership non è solo una caratteristica individuale, ma anche di un gruppo coeso, nei quali tutti sono di supporto agli altri. Come ho mostrato nel mio video relativo al funzionamento del mio acquarioio.

Il che non garantisce che sia sempre positiva, si possono commettere molti errori: la storia ci mostra che le leadership negative sono state molte: la vigilanza e la forza del dubbio sono essenziali.

Cervello e mente

Cervello e mente

Il rapporto tra cervello e mente ha delle conseguenze non solamente sui nostri comportamenti quotidiani, ma anche nel nostro rapportarci con la realtà.

Questo ha profonde implicazioni sul benessere personale e sul significato che diamo al nostro rapportarci con i luoghi di vita e su i suoi mutamenti.

Cervello e mente

La distinzione tra cervello e mente pesa significativamente su come viviamo la realtà.

Parlare di cervello è relativamente lineare. Sappiamo che si trova nella scatola cranica e che evolve nel corso della nostra vita sviluppandosi fino all’età di 18 anni. Per essere precisi fino a un giorno prima del compimento dei 19 anni.

Se tutto si risolvesse sul funzionamento del cervello ogni interfaccia con il mondo che ci circonda sarebbe sostanzialmente prevedibile.

Le azioni sarebbero ripetibili e meccaniche e le stesse indicazioni di comportamento semplici e linearmente riproducibili nei suoi esiti.

La mente

Poi entra in gioco la mente, che già non sappiamo dove sia. Tempo fa si pensava fosse nel fegato perché liscio e quindi capace di “riflessione” rispetto alle cose del mondo. Semplice e rassicurante ma del tutto inesatto.

Forse l’errore consiste nel cercarla come se fosse qualche cosa.

Oltre la sua incollocabilità, la mente può essere definita come un insieme di esperienze soggettive.

La mente, in sostanza, rende possibile, comprensibile e a volte condivisibile quello che il cervello attiva. La connessione, gli stimoli elettrici delle sinapsi divengono pensieri, emozioni e azioni attraverso la mente.

Proprio per questo la sua funzione più importante è quella di modulare i comportamenti in specie all’interno di una condivisione sociale.

A titolo di esempio, se suona il telefono in casa di un amico lo avvisiamo della cosa, ma senza una sua richiesta non viene in “mente” di alzare la cornetta e rispondere.

Il tema diviene quindi quello dei comportamenti condivisi che ci riporta al tema affrontato nell’ultimo video sulla responsabilità condivisaa che rende via via i comportamenti, proprio perché sperimentati come efficaci, patrimonio di tutti.

Attaccamento ai luoghi

Attaccamento ai luoghi

Il cambiamento climatico e il conseguente riassetto del territorio che dovremmo affrontare nei prossimi anni dovrà tenere conto che lo spazio abitato non è solo un’entità fisica ma che contiene, per ognuno di noi, elementi diversi: le preferenze, i valori, i significati, le immagini, le sensazioni che determinano la necessaria adattabilità ai mutamenti ambientali che dovremmo vivere.

Lo spazio abitato e vissuto deve, quindi, contenere elementi decisivi che favoriscano il progettare un universo che rassicura, protegge, soddisfa, esprime e fa crescere (per ulteriori approfondimenti vedi il video dal titolo vivere la città).

Cambiare casa

Proprio gli effetti del cambiamento climatico ci suggerisce di ripensare allo spazio nel quale le persone saranno spinte a vivere per mantenere una necessaria sicurezza.

Cambiare casa o luogo di lavoro può risultare positivo se favorisce un positivo attaccamento al nuovo ambiente. Un processo delicato perché il luogo di appartenenza arriva a prendere per ognuno la sua forma. Come un vestito che, per sentirselo addosso, non deve essere né troppo stretto, né troppo largo, ma modellato su di noi. Con quel tanto di confort armonioso che non incute timore né desiderio di allontanarsi.

La sfida del degrado

Ripensare ai luoghi e ai quartieri contiene una sfida particolare che oggi va al di là dell’emergenza. Questo perché sono spesso le aree e le abitazioni più degradati (quindi più soggette alla necessità di un cambiamento) quelle che presentano maggiori problemi perché sono anche quelle che, per il tema dell’attaccamento storicamente vissuto dalle parsone che lo abitano rischiano di rompere in loro l’integrità mentale e il necessario benessere personale.

Sono i luoghi abitati da quelli che possiamo chiamare come “lungo residenti, che sono in specie gli anziani,

Un sostegno interdisciplinare

Solo un lavoro interdisciplinare può favorire in tutti una buona relazione di attaccamento con l’ambiente. In specie se nuovo e non scelto. Un lavoro che punta ad attraversare una lunga e necessaria fase di elaborazione della perdita subita, attraverso un attento ascolto dei bisogni dei singoli e delle comunità che, negli anni, hanno sviluppato una loro identità.

Pregiudizio e ascolto

Pregiudizio e ascolto

Torniamo sul tema del pregiudizio, considerando che l’ascoltare quello che un’altra persona ha da dirci può aiutare a diminuire questo effetto negativo.

Quando ascoltiamo una persona incontriamo il racconto che lei ci propone di se stessa. Questo determina due movimenti complementari. Quello che lei ci racconta e quello che siamo in grado di comprendere.

Questo secondo movimento si mette in moto alla luce di quello che già sappiamo di lei e del nostro bisogno di avere una visione connotata da conseguenzialità e chiarezza.

 Il bosco del racconto

All’interno di ogni ascolto, come osserva Borges, c’è una sorta di bosco caratterizzato da sentieri che continuamente si biforcano. Ogni albero che incrociamo nel bosco (le parole che sentiamo) ci pone di fronte a una scelta: andiamo verso sinistra o verso destra?

Una scelta che continuamente compiamo sulla base della nostra cultura, dell’esperienza, della nostra visione del mondo.

Tanto che, mentre la persona sta ancora parlando facciamo una sorta di scommessa sulla direzione che prenderà all’interno di questo bosco.

Tanto più perché il racconto che ci viene offerto e le parole che sentiamo contengono già una sorta di mappa di orientamento.

Questo è il bello della complessità dell’ascolto. La possibilità di essere disponibili a essere trasportati all’interno di tracciati inattesi.

 Gli incipit dei racconti

Al fine di riflettere su questi temi ecco gli incipit (le prime parole) di tre racconti scritti tra il 1883 e il 1915.

La domanda è: come evolverà poi la stesura?

Il primo brano è tratto da “L’albergo del delitto” di Carolina Invernizio. Si tratta di un’autrice molto importante nel panorama della letteratura italiana perché ha dato parola e legittimità alle emozioni delle classi popolari del nostro Paese.

Ecco l’incipit:

“La sera era splendida, sebbene freddissima. La luna, alta nel cielo, la via di Torino come in pieno giorno. L’orologio della stazione segnava le sette. Sotto l’ampia tettoia si udiva il rumore assordante di due treni diretti che si incrociavano: l’uno in partenza, l’altro in arrivo”.

Il secondo incipit è tratto da “La metamorfosi” di Franz Kafka.

“Destandosi un mattino da sogni inquieti, Gregor Samsa, si trovò tramutato, nel suo letto, in un enorme insetto”.

 La distanza tra gli incipit

Esiste una grande distanza tra questi due motivi narrativi. Quella della Invernizio si presenta come una fotografia del reale. Kafka apre a una miriade di immagini e interrogativi. Cos’è accaduto? Perché un insetto? Perché proprio Samsa? E così via.

Di fronte a questi due incipit i nostri criteri nell’ascolto e le nostre attese sono orientate diversamente.

Siamo spinti a decidere di sapere un po’ in che direzione si andrà continuando la lettura.

Per rimanere nella suggestione di fondo dell’articolo, di sapere dove andrà a parare la persona che abbiamo di fronte.

D’altra parte questo “sapere” e questa presunzione ci tranquillizzano. Pur contenendo un grande pericolo: l’illusione di sapere.

 Il Pinocchio di Collodi

In questa direzione ci aiuta l’incipit del “Pinocchio”.

Collodi inizia con queste parole: “C’era una volta … Un Re! Diranno subito i miei piccoli lettori. No, ragazzi avete sbagliato. C’era una volta un pezzo di legno”.

Appena pensiamo di aver capito che si tratta di una fiaba per bambini, Collodi ci mostra che la nostra previsione è sbagliata e ci invita ad accettare l’avventura dell’incontro con un burattino e non con un Re.

Non vogliamo aggiungere nuove parole ai tre incipit. Chi lo desidera può trovarne da solo le sorprendenti evoluzioni.

Scoperte interessanti che ci spingono a un ascolto più attento.

Carico mentale

Carico mentale

Sembra facile fare più cose contemporaneamente: sembrano farlo tutti!

Ma il nostro cervello è incapace di pensare a tante cose contemporaneamente. Tanto più perché non gli diamo il tempo di gestirle.

Carico mentale

L’affaticamento che il nostro cervello fa per gestire tante cose contemporaneamente lo chiamiamo “carico mentale”. Questo carico lo avvertiamo attraverso un senso di malessere che proviene soprattutto dalla difficoltà a coordinare compiti che, presi uno per uno, non sono necessariamente complicati. Si tratta di sforzi destinati al fallimento, perché il cervello si satura. Ciò non ci impedisce di provarci, come se ci costasse troppo ammettere questa impossibilità cognitiva e mentale.

Il punto in comune fra i due principali tipi di sovraccarico mentale, quello acuto e quello cronico, consiste nell’accumulo di compiti. Compiti che, presi uno per uno, magari non sono così complicati. La differenza sta nel tempo: se nel primo caso si accumulano tutti nella stessa finestra temporale, nel secondo questo non succede.

 

Alcuni suggerimenti

Vediamo alcuni suggerimenti.

Da un compito a un altro 

Dal momento che non siamo in grado di svolgere più di un compito per volta, è meglio concentrarci sul compito del momento. Questo è possibile pur avendo costantemente presenti tutte le altre attività che stiamo cercando di svolgere, ma solo se aiutati da delle liste pre-preparate.

Nessun braccio di ferro 

Quando si mettono in competizione due compiti si rischia un braccio di ferro e un conflitto cognitivo che accresce la fatica mentale.

Evitare il conflitto

Nel senso di non sovraccaricare di troppa importanza un aspetto, rischiando una fatica eccessiva che poi arriva a far dimenticare altri impegni con conseguenti sensi di inadeguatezza: “mi sono dimenticato!”.

In questo senso ha importanza “mantenere la rotta” tra le cose più importanti e quello che lo sono meno.

Utilizzare una “to do list”

La famosa to do list, la lista delle cose da fare, ha senso soltanto se ogni compito è semplice o accompagnato dalla procedura per portarlo a termine.

Ad esempio, il compito «occuparsi dell’auto» potrebbe diventare: «prendere appuntamento con l’elettrauto per cambiare la batteria».

Automatizzare

Automatizzare i compiti che possono sembrare complicati è una delle chiavi per ridurre il carico cognitivo. Si tratta dei cosiddetti «trucchi del mestiere» che derivano dall’esperienza.

 

Altri suggerimenti e le spiegazioni scientifiche sono presenti nel documento completo che potrà ricevere e scaricare gratuitamente compilando il modulo sottostante.

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Tutori della resilienza

Tutori della resilienza

La resilienza rappresenta un sostegno formidabile per affrontare i processi di cambiamento che quotidianamente ci troviamo ad affrontare nella vita e nella stessa organizzazione del lavoro, riuscendo ad uscirne rafforzati.

Come abbiamo già scritto la resilienza ci fornisce la possibilità di essere protagonisti e non vittime del cambiamento.

Sostenere la resilienza

La resilienza non è una dote genetica, né, tanto meno scontata per tutta la vita. Anche se vi sono persone che, per le esperienze e le relazioni personali vissute, la rafforzano o possono arrivare a indebolirla.

Tutori della resilienza

Vi sono delle situazioni e delle persone che nella vita assumono il ruolo di essere tutori della nostra resilienza.

Come vedremo nel contributo di approfondimento allegato e nel video di presentazione si tratta di un ruolo delicato, giocato fondamentalmente nella direzione di promuovere il senso di auto-efficacia di ognuno. Favorendo la possibilità di abbandonare l’immagine di sé come “incapace” per scoprirci “capaci di”, esprimendo capacità e talenti che pensavamo inutili o disattivati.

Essere Tutori della resilienza non significa assumere il ruolo di chi indaga sulle vicende accadute e individua le soluzioni migliori, magari attraverso un percorso preconfezionato. Quanto piuttosto nell’attenzione di “stare in ascolto” dei bi­sogni specifici delle persone, per pianificare interventi che possano “calzare a pennello” su ciascuno ed essere realmente utili ed efficaci.

Come divenire tutori della resilienza

Non esiste una scuola o un corso formativo per divenire tutori della resilienza. Si tratta di un processo collaborativo, integrato, i cui diverse persone agiscono assieme al fine di co-costruire un modello inclusivo e trasversale a favore di persone che stanno attraversando un momento difficile della propria vita.

La chiave sta proprio qui: ascoltare l’altro senza prevenzioni e schemi di lettura preconfezionati. Si tratta di una delle imprese umane più difficili: per questo motivo, anche su questo aspetto torneremo!