Le-sfide-delle-comunicazionLe sfide della comunicazione interculturale e la sua importanza nei luoghi di lavoro

di Martina Zuliani.

Nelle società contemporanee si assiste ad una sempre più diffusa mescolanza tra culture. Incontrare persone aventi tradizioni, usi e valori diversi dai nostri è oramai esperienza di tutti i giorni. Questo ci porta a doverci confrontare con metodi di comunicazione che non sempre coincidono con i nostri. La comunicazione si basa su diverse fasi. La prima è la codificazione del messaggio da parte della persona che lo vuole trasmettere, esso è codificato in parole e gesti. Tale messaggio deve giungere al ricevente che lo dovrà decodificare. Oltre ai classici elementi di disturbo nell’invio del messaggio, quali ad esempio il rumore, nella comunicazione interculturale troviamo altre difficoltà quali potrebbero essere una non perfetta padronanza della lingua da parte di una delle due persone interagenti o una differenza nell’uso della comunicazione non verbale, e cioè di gesti e simboli.

Negli ambienti di lavoro contemporanei è comune trovare lavoratori appartenenti a culture diverse. Queste persone si trovano a dover interagire per tutta la durata del turno di lavoro e a dover comunicare in maniera più ottimale possibile in modo da raggiungere gli obiettivi posti dal lavoro stesso. Risulta quindi importante sia per i lavoratori che per i dirigenti creare un clima di comprensione reciproca e di conoscenza dell’altro. Una funzione fondamentale è svolta dalla comunicazione non verbale. Mentre la lingua del Paese di residenza può essere imparata senza particolari difficoltà, anche grazie ai sempre più diffusi corsi per stranieri, l’insieme di interazioni composto da gesti, simboli, percezione del tempo e dello spazio personale viene spesso percepito come comune a tutte le culture e, perciò, non particolarmente preso in considerazione. Negli ambienti di lavoro in cui la comunicazione verbale risulti difficoltosa, a causa di rumore, lontananza tra le persone comunicanti o pareti divisorie trasparenti, i lavoratori possono comunicare solamente a gesti. In queste occasioni possono verificarsi incomprensioni tra individui aventi culture, e quindi percezioni dei simboli, diverse.  Prendiamo ad esempio uno scenario che avvenga in un ambiente lavorativo rumoroso; in tale contesto un lavoratore europeo mette in sicurezza un attrezzo e, per far capire al suo collega levantino di procedere, gli fa un gesto di “ok”. Per un lavoratore non ancora a conoscenza del significato che tale gesto ha nelle culture occidentali, esso ha un valore volgare. Ma anche gli stessi semplici gesti di annuire o negare fatti con un movimento della testa non hanno lo stesso significato da cultura a cultura.

Anche gli stessi significati dei colori, usati nei cartelli di indicazione, in quelli relativi alle norme di sicurezza e nelle divise, non sono univoci da cultura a cultura. Nelle culture occidentali il rosso è un colore che indica tensione e pericolo mentre il blu denota calma e sicurezza. Per tale motivo essi vengono usati rispettivamente nei cartelli di divieto e di obbligo. Nelle culture orientali, il rosso è invece un colore indicante fortuna ed è percepito come portatore di sicurezza e buona sorte. Lo stesso bianco, usato nelle divise dei lavoratori della sanità e visto in occidente come il colore della pulizia e dell’ordine, nelle società asiatiche e tra i musulmani è colore di lutto e quindi non indicato in contesti in cui la salute della persona sia a rischio. Ma non sono solamente i simboli a variare da cultura a cultura. Anche il modo di comunicare le difficoltà e i problemi non è lo stesso. Nelle società occidentali si ritiene che le sfide vadano affrontate in prima persona, risolvendo le diatribe con un dialogo diretto e chiaro. Chi scelga di mediare o di evitare di confrontarsi è percepito come codardo. Nelle culture confuciane, invece, l’armonia interna ed esterna della persona è alla base di tutte le sue interazioni. Questo porta ad un desiderio di evitare il conflitto come fonte di disarmonia con gli altri e come fonte di stress per se stessi.

La comunicazione basata sulla cultura confuciana ricerca termini gentili e possiede una vasta gamma di espressioni di ringraziamento. Le dispute vengono risolte cercando la mediazione di un terzo in modo da evitare un confronto diretto. Nel caso la disputa continui, è ritenuto preferibile dare ragione all’altro e far cadere l’argomento piuttosto che insistere. Possiamo comprendere quanto possa essere dunque difficile per una persona italiana e per una cinese portare avanti una discussione contenente elementi di disputa. Si potrebbe pensare che questi problemi siano facilmente risolvibili grazie ad uno studio delle culture con le quali ci si trovi ad interagire. In realtà, questa soluzione non è facilmente attuabile ne garantisce risultati certi. Infatti vi sono diversi fattori che ne complicano la messa in pratica. Primo fra tutti, il fatto che conoscere l’identità culturale di una persona non ci fornisce informazioni complete su di essa. Questo è dato dal fatto che la persona può condividere, e perciò far suoi, tutti o alcuni valore della propria cultura, e non essere d’accordo con altri. Inoltre, le differenze all’interno di una data cultura possono essere maggiori di quelle tra culture diverse. Infine è bene ricordare che la nostra conoscenza, ma anche le nostre esperienze e interazioni dirette, di una cultura diversa vengono filtrate dalle percezioni bade della nostra cultura di appartenenza. Non ci è possibile, dunque, costruire una conoscenza completamente neutrale delle altre culture.

I maggiori problemi dati dalla nostra percezione delle altre culture si possono dividere in due maggiori concezioni. La prima consiste nel presumere che vi siano somiglianze tra la nostra cultura e l’altra e quindi commettere errori a causa di norme differenti che ignoriamo. Questo avviene spesso quando abbiamo a che fare con culture “vicine” e percepite come affini alla nostra. Quando invece si ha a che fare con le culture a noi più “lontane”, è errore comune presumere che l’altra cultura sia completamente diversa dalla nostra e quindi non vederne gli aspetti similari. Per superare questi errori risulta, perciò, necessario imparare a non dar nulla per scontato e ad interagire ponendo domande all’altro e mettendosi in gioco in modo da conoscerne il più possibile valori, percezioni e modi di comprendere i simboli.

Vi sono altri ostacoli alla comunicazione che possono avvenire tra persone diverse. Il primo tra essi è il shock culturale, fenomeno normale della migrazione che porta il migrante a vivere diverse fasi nella sua esperienza migratoria. La prima fase è quella in cui la persona vede il Paese d’arrivo come idilliaco e tutto le sembra perfetto. Dopo i primi scontri con una realtà imperfetta, con la discriminazione e con le difficoltà di comunicazione, il migrante vive una fase di disintegrazione dei riferimenti nella quale tutti gli elementi del Paese ospitanti gli sembrano ostili. La persona si chiude dunque in se stessa e vive situazioni di stress e depressione che vengono superati solo quando essa si troverà in grado di costruirsi nuovi valori e riferimenti prendendo elementi della sua cultura d’origine e di quella del Paese ospitante e mescolandoli. Le fasi dello shock culturale non hanno una durata fissa e non è detto che il migrante riesca automaticamente a superarlo.

Proprio a causa della fase di perdita dei riferimenti, la comunicazione interculturale può essere messa in difficoltà dalla chiusura della persona migrante. Un’ulteriore sfida è data dal livello di acculturazione del migrante.  Esso è il livello di conoscenza della cultura maggioritaria che la persona migrante possiede. Un basso livello di acculturazione può portarla a non comprendere simboli quali quelli dati dalla comunicazione non verbale. Per superare tali difficoltà possono essere messe in atto diverse soluzioni, apportabili anche sul posto di lavoro. Per superare lo shock culturale si può incoraggiare l’individuo a porre domande, a dissipare i suoi dubbi e a mettersi in gioco. Si deve creare un clima in cui il lavoratore straniero capisca di essere accettato e non si senta discriminato in modo da creare situazioni in cui esso si senta libero di parlare, sfogarsi e si senta al sicuro. Allo stesso tempo, parlare ed ascoltare risulta fondamentale per comprendere il livello di conoscenza della cultura maggioritaria appreso dall’individuo migrante e dunque il suo livello di acculturazione. La creazione di occasioni di socializzazione, in sale comuni o durante le pause di lavoro, può aiutare il migrante a conoscere nuovi aspetti della cultura maggioritaria, a sentirsi incluso in essa e a sentirsi accettato dai suoi colleghi. In conclusione, la comunicazione interculturale è un ambito complicato che non può essere limitato alla mera traduzione o all’apprendimento della lingua del Paese ospitante. Essa presenta sfide portate da diverse percezioni dei simboli e della gestualità. Si profila necessario, perciò,  creare un ambiente di interazione e conoscenza reciproca in cui i lavoratori possano conoscere l’altrui cultura e trovare modi comuni di comunicare.