Favorire-modelli-mentaliFavorire i modelli mentali

di Antonio Zuliani

 

La formazione del personale chiamato ad affrontare situazioni di emergenza deve tenere conto dei modelli di apprendimento che il nostro cervello utilizza. Per quanto riguarda in particolare l’apprendimento delle azioni da mettere in campo occorre ricordare come affermano Ericsson, Roring e Kiruthiga (2007) che limitarsi a ripetere continuamente una stessa attività non garantisce alcun miglioramento della sua esecuzione.

L’esercizio, per essere efficace, deve migliorare la memoria della prestazione e diventare un modello mentale. In altri termini, l’esercizio deve generare un insieme di conoscenze specialistiche (una biblioteca) nella mente della persona che si esercita.

L’acquisizione di questi modelli mentali deve essere promossa attraverso la costruzione di legami di senso tra la parte teorica e quella pratica. Ecco perché la formazione dovrebbe avvenire in modo da alternare prontamente le parti teoriche con quelle pratiche. Gli studi di neuropsicologia e cognitivi dimostrano che tenere queste parti separate, anche solo di poche ore, induce il cervello delle persone a non costruire le connessioni di senso tra teoria e pratica.

Non si tratta infatti di “migliorare la memoria” dei soggetti interessati, ma di fornire loro dei modelli mentali utilizzabili.

Questo fatto è mostrato da una ricerca di Chase e Simon (1973) che ha riguardato i giocatori di scacchi. A due gruppi di scacchisti è stato chiesto di dare una rapida occhiata a una scacchiera che presentava una situazione tipica di una partita. Un gruppo era costruito da super esperti con almeno 30.000 ore di gioco alle spalle; il secondo gruppo era composto da giocatori meno esperti con circa 3.000 ore di gioco.

Dopo aver dato una rapida occhiata alla scacchiera, i componenti del primo gruppo erano in grado di ricordare la posizione di ogni pezzo quasi alla perfezione; il secondo gruppo aveva un’accuratezza molto inferiore che variava dal 50 al 70%.

La differenza non è determinata dal fatto che i membri del primo gruppo avessero una memoria migliore di quella dei membri dell’altro gruppo, ma piuttosto dal fatto che erano in grado di richiamare nella loro testa dei modelli mentali che li permettevano di riconoscere e ricordare la posizione dei pezzi.

Questo è stato dimostrato perché in un’altra ricerca i pezzi sono stati disposti sulla scacchiera alla rinfusa, cioè in posizioni che non corrispondevano a nessuno schema di gioco. In questo caso i membri del primo gruppo non hanno avuto prestazioni migliori rispetto agli altri.

Occorre inoltre ricordare che in assenza di questi modelli mentali il presentarsi di situazioni complesse mette in scacco il cervello e lo spinge verso soluzioni conservative.

Bibliografia

Ericsson KA., Roring RW. & Kiruthiga N. (2007). Giftedness and evidence for reproducibly superior performance: an account based on the expert performance framework. High Ability Studies, 18(1), 3-56.

Chase WG. & Simon HA. (1973). Perception in chess. Cognitive Psychology, 4(1), 55-81.