casehistoryCase history

 

Il case history è un modello formativo che prevede di discutere in gruppo casi realmente accaduti per coglierne gli aspetti positivi e negativi. Come già discusso in precedenza (Zuliani, 2017) analizzare le decisioni prese e le soluzioni adottate arricchisce le competenze dei partecipanti. Inoltre, lo studio degli errori commessi aiuta a metterli in guardia rispetto a tutte le trappole culturali, cognitive e procedurali insite in ogni situazione di emergenza.

Un limite però di questa metodologia è il fatto che i partecipanti non sono sufficientemente stimolati a confrontarsi su come loro stessi avrebbero reagito in quelle determinate situazioni. Come vedremo, conoscere l’esito dell’evento influenza la modalità con la quale il partecipante affronta l’analisi.

 

Uno studio illuminante

 

Uno studio di Kamin e Rachlinski (1995) mette ben in evidenza il limite del modello formativo basato sul case hisory.

Gli studiosi riprendono un evento accaduto circa trent’anni prima, quando una barca, rompendo gli ormeggi per la forza di un fiume, era andata a incagliarsi sotto un ponte provocando l’inondazione della città.

Il caso viene riproposto a due gruppi di studenti chiedendo loro di stimare la probabilità dell’inondazione che si sarebbe determinata a causa dell’ostruzione, l’entità dei danni che ne sarebbero conseguiti alla città e le conseguenti responsabilità.

Ai gruppi furono date informazioni in parte diverse. Al primo furono forniti dati sulle condizioni meteorologiche, sullo stato delle funi dell’imbarcazione che determinò l’ostruzione del ponte e sull’assenza di personale che potesse vigilare sul funzionamento del ponte stesso.

Al secondo gruppo furono date anche informazioni sul fatto che ci fu veramente un’inondazione a causa di questa ostruzione e una relazione precisa sui danni conseguenti.

Ciò che ne è scaturito fu che nel primo gruppo solo il 34% dei membri ritenne che l’inondazione fosse probabile e la maggioranza (76%) concluse che non si potesse attribuire nessuna responsabilità per questo fatto.

Di contro il 57% dei membri del secondo gruppo giudicò il rischio di inondazione estremamente elevato, tanto da indicare come colpevoli di negligenza coloro che non avevano provveduto alle necessarie precauzioni.

 

Conclusioni

 

Questa ricerca mette in luce la debolezza del modello di lavoro basato sul case history perché conoscerne le conclusioni rischia di fare in modo che l’evento sia analizzato con la logica del “senno di poi” (Zuliani & Bellotto, 2013), condizionando il processo di analisi.

Il peso del “senno di poi” è ben evidenziato nella ricerca presentata perché al secondo gruppo fu detto esplicitamente di non tener conto, nell’esprimere il proprio giudizio, delle informazioni ricevute sull’inondazione e sull’entità dei danni causati.

Come concludono Kamin e Rachlinski, non è sufficiente chiedere alle persone di non tener conto di un dato perché esse non ne siano influenzate nei loro processi mentali.

Il secondo rischio connesso al case history è quello che il partecipante arrivi a convincersi di possedere già la soluzione adeguata qualora si dovesse presentare un caso analogo a quello discusso. In questo caso può entrare in gioco il meccanismo della over-confidence, che spinge a sopravvalutare le proprie abilità e la capacità di controllare la situazione. Il conseguente abbassamento di giudizio critico può spingere a diminuire la consapevolezza situazionale.

 

Bibliografia

 

Kamin K. A. & Rachlinski J. J. (1995), Ex Post ≠ Ex Ante: determining liability in hindsinght, Law and Human Behavior,  19 (1), 89-104.

Zuliani A. & Bellotto E. (2013), Dialogo sulla sicurezza, PdE, 28, 2-10

Zuliani A. (2017), Azione e reazioni nell’emergenza. Tutto quello che si deve sapere sui comportante umani per costruire un piano di emergenza, EPC Editore, Roma.